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Antipixel di Lamianotizia 


14 agosto 2012


IN QUESTI BARETTI DAVANTI AL MARE





Magari a Ivano Fossati è sfuggito
, ma in certi posti davanti al mare – in tutti –, insieme alle ragazze di Firenze che vanno all'amore, ci sono i gazebo dei bar. Che all'ora dell'aperitivo e nei dopocena torridi si animano di varia umanità nomade in cerca di relax, birrette e gelati.

I gazebo dei bar del lungomare sono tanti e in fila. Alcuni bianchi con l'impalcatura di legno scuro con una tenda che pare il veliero di Capitan Findus; altri meno stilosi con la scritta Peroni sulla tendina sfrangiata dell'ombrellone, un po' bandierina nepalese un po' residuo di tsunami. Sotto, ci sono spesso quelle sedie che quando ti alzi ti si appiccica l'alluminio alle cosce e vai a pagare direttamente con la tua cloche incollata al culo.

Ma dicevamo dell'umanità nomade. I più chiassosi sono i clan in vacanza che cercano di riprodurre ad ogni latitudine il pranzo di Natale. Sono diversi nuclei familiari appartenenti allo stesso ceppo – zii, nonni, giovani coppie con prole, fidanzati col canarino nella gabbia – che colonizzano un'intera ala unendo, l'uno dietro l'altro, 72 di quei minuscoli tavolini tondi a treppiede. Formano un gigantesco favo ronzante con le giovani api che svolazzano alle estremità.

Poi c'è la coppia del nord con bambini. I maschi vestiti come il padre e le femmine come la madre che è solitamente abbronzatissima e molto unta di doposole. Suo marito ha quelle infradito di cuoio dal prezzo esorbitante che fanno molto Raz Degan. Bene: arrivano, ordinano e cercano di tener buoni i bambini tirando fuori una stecca di pennarelli da 48. A un certo punto il padre riproduce il Giudizio Universale del Signorelli sul tavolo di plastica e lo assumono come madonnaro.

Un po' defilati, spesso nella posizione sol y sombra delle arene delle corride ci sono loro: la vecchia coppia che va nella stessa spiaggia, nello stesso mare, nello steso bar dal giorno della Liberazione. Siedono di fronte alla loro granita con panna e non dicono ba. Ogni tanto comunicano prossemicamente con impercettibili fremiti di palpebra. A un certo punto – improvvisamente – lui scatta su come un tenente-colonnello, lei gli arpiona il braccio e se ne tornano alla Pensione Nadia traballando sulle note di “Call me maybe”. Che indubbiamente non è una canzone di Ivano Fossati.


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27 agosto 2011


LA SPIAGGIA DELLE LIBERTA'

Dice, con quello che costano i bagni – ombrellone, sdraio eccetera – sai che faccio? Vado alla spiaggia libera. Una scelta di democrazia prima che di portafoglio. A contatto con i lombi arrossati del paese reale. Solo che, nella spiaggia libera (da adesso in poi SdL, spiaggia delle libertà), la democrazia semplicemente non c’è. Sussiste una temporanea sospensione delle più elementari regole della convivenza civile. Legge della giungla purissima.
 
Già all’arrivo – dall’alto – sei costretto a constatare l’assoluta impossibilità di trovare il tuo ubi consistam in un tetris di asciugamani punteggiato da ombrelloncini della Peroni e della Coppertone. Scendi impazzito per il canto assordante delle cicale che lesserebbero i maroni pure a Garcia Lorca e sai che dovrai lottare fino all’ultimo vaffanculo per conquistare il tuo posto al sole. Bagnans bagnanti lupus.
 
Se riesci e stenderti di taglio tra un 40enne tatuato e un donnino con la Settimana enigmistica ti va di lusso. Poi – quando ce la fai – approfittando degli spazi che si aprono giocoforza nelle dinamiche bagno-abbronzatura, ti metti a pancia in su e cominci a rilassarti. Senza girarti mai, però. Il rischio, neanche tanto remoto, è che arriva uno e, nell’anarchia della SdL, ti pianta il palo dell’ombrellone nel culo con la scusa che lui c’ha il bambino di quattro mesi e… poverino.
 
Poi ci sono quelli che nella SdL si sentono un po’ Gheddafi e montano tende gigantesche tipo Protezione civile. Voi capite che con la scarsità di territorio calpestabile la mossa equivale a una dichiarazione di guerra. Generalmente dentro ci stanno due salamandre umane ché l’ambiente lì sotto diventa presto un vero e proprio rettilario. Lei legge libri di 1.800 pagine e lui sta al computer. Gioca a tetris.  
 
Ok, decidi di bagnarti. Ma c’è l’insormontabile problema di guadagnare la riva. Ti muovi come un gatto Silvestro felpato tra gli asciugamani, in punta di piedi per non pestare nessuno. Un fachiro sui carboni ardenti. Arrivi a tre metri e capisci che non ce la puoi fare: un gruppetto di amiche ha creato una linea Maginot di sette metri. Stanno distese come traversine della ferrovia e decidi per il colpo di reni finale: il tuffo nel vuoto.
 
Sei in acqua. Tra palloni, schizzi, capocce e boe guadagni il largo. Guardi verso la spiaggia e vedi una ventina di persone che stanno aggrappate ad uno scoglio, tutti insieme, mamme con l’omogeneizzato in mano, nonni e nipoti, uomini che fumano e bambini col retino. Una comunità di pinguini di Magellano paonazza e felice.
 
Poi il tuo personale telescopio inquadra i sette metri di amiche cagate sotto il sole, il tatuato, il donnino bartezzaghico, le salamandre, Gheddafi e Bertolaso che vuole indietro la sua tenda. Due bracciate verso sud-est e sei all’altezza dei Bagni Simonetta. Dopo essere sbarcato chiedi ombrellone, sdraio e una birretta ghiacciata.


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18 agosto 2010


Una giornata al mare – INSERT THE COIN

 

Lo sapete benissimo: uno dei problemi del mare – se avete figli o non siete cresciuti abbastanza – sono i distributori di palline con dentro la sorpresa. Sono macchinette alte più o meno un metro e mezzo che sputano dal bocchettone una boccia da bowling trasparente con – nella pancia – il nulla. Il nulla, nelle società marittime occidentali, si sostanzia in pupazzetti di plastica, animali di peluche, mini-skate dai variegati ghirigori esotici. Robe dotate di un’utilità marginale modesta: tappare la bocca al bambino per 15 minuti prima di essere abbandonate sul sedile posteriore della macchina che a settembre diventa una tonnara di bambocci della Looney Tunes.
Le sputapalline sono ad ogni angolo di isolato, in quasi tutti gli esercizi commerciali, dal bar-rosticceria “Non solo spiedo” al “Paradiso del bricolage”. In spiaggia apri l’ombrellone e tra le stecche ne spunta giù una gonfiabile con la voce di Bakugan che dice: ehi piccolo, fatti sganciare da quella stronza di tua madre due euro ché si campa una volta sola. Il fatto è che una vacanza può costare dai 50 ai 100 euro in più. Ci sono genitori – i più abbienti – che hanno deciso di comprarsela, la macchinetta mangiasoldi. E nelle famiglie con meno disponibilità economiche il padre decide di immolarsi: si traveste da Ben Ten e si tatua “insert the coin” sulla fronte.


12 agosto 2008


PRIMA O POI VI PARLERO' DELLE SENSAZIONALI AVVENTURE SALENTINE APPENA CONCLUSE

A proposito di vicini d'ombrellone, indovinate chi mi ha mandato la sorte quest'anno? Sì, proprio loro: i tamarri.


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