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Antipixel di Lamianotizia 


7 febbraio 2010


L'INQUIETUDINE DEL CACIO E PEPE

 



Non sono un esperto e – soprattutto – ho letto soltanto alcuni articoli suoi, però criticare i libri del teologo Vito Mancuso perché troppo didascalici mi sembra, nella migliore delle ipotesi, superficiale. Lo ha fatto Filippo La Porta ieri sul Riformista. La tesi è più o meno questa: Mancuso dimostra di aver capito tutto e di volerci spiegare come stanno le cose mentre, nella modernità, la fede implica “timore e tremore, da Kierkegaard e Tolstoj fino a Simone Weil e Ivan Illich, tutti spiriti inquieti e inappartenenti”. Mancuso invece no, “la mette sempre un po' troppo facile”. Mi riprometto di leggere i libri “iterativi” di Mancuso, però – a lume di naso – mi pare che sia vero il contrario: meno male che c'è chi presenta la fede come possibilità di un punto d'arrivo. Ho detto “possibilità”, sia chiaro. Non è il caso di La Porta, ma esiste, si respira un intellettualismo da rotocalco che mette sull'altare il dubbio soltanto per nascondere un'incapacità di andare veramente al fondo delle questioni, o – peggio ancora – il gusto dello girare in tondo, la coscienza che fa figo dire “inappartenenza” e citare Simone Weil. Prima di esercitarlo il dubbio bisognerebbe essere in grado di padroneggiare i fondamentali, altrimenti uno fa l'inquieto de noantri. E allora fa bene Mancuso a fare il didascalico, in un mondo dove i mantra senza sostanza hanno sostituito gli abbecedari.
E poi c'è un altro passaggio piuttosto singolare nell'articolo di La Porta. “A un certo punto, e da qualche parte, lui (Mancuso, ndb) deve obbligatoriamente metterci Dio”. E cosa deve metterci? E' come voler fare la carbonara senza uovo. Puoi discutere sulla quantità di uova, sull'Uovo o sull'uovo, sul fatto che l'uovo della gallina x è migliore di quello della gallina y, però non puoi dire no all'uovo (o all'Uovo), altrimenti fai un altro primo, chessò, un tagliolino cacio e pepe.


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permalink | inviato da Attentialcane il 7/2/2010 alle 12:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


25 febbraio 2009


DITEGLIELO A FRANCESCHINI

"Sono passati cinquant'anni dal primo annuncio del Vaticano II da parte di papa Giovanni e nella Chiesa si discute ancora sul significato di quell'evento. Io ritengo che il problema oggi in realtà non sia tanto il Vaticano II quanto piuttosto il Vaticano III, e per illustrare la mia tesi inizio con un riferimento alla politica italiana. In essa una serie di circostanze ha fatto sì che coloro che amano definirsi progressisti si ritrovino ad avere come principale bandiera la difesa del passato, nella fattispecie la Costituzione del 1947. Io sono fermamente convinto della necessità di essere fedeli ai valori della Costituzione e ho qualche sospetto su certe dichiarazioni in suo sfavore (poi quasi sempre ritrattate), ma non posso fare a meno di notare che il messaggio complessivo dei progressisti che giunge al Paese sia perlopiù rivolto al passato, mentre quello dei non progressisti sia paradossalmente più carico di progresso, di desiderio di innovare e di cambiare (che, vista la diffusa insoddisfazione rispetto al presente, è quanto tutti desiderano)".

Ora qua siamo perfettamente persuasi che l'articolo di Vito Mancuso su Repubblica di oggi avesse ben altri obiettivi. Obiettivi sui quali ci ripromettiamo di riflettere, visto che proprio oggi è iniziata la Quaresima. Ciò che ci premeva sottolineare però è che noi sulla Costituzione del 1947 abbiamo un giudizio mancusiano: pur non essendo berlusconiani, non ci inchiniamo.

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