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Antipixel di Lamianotizia 


6 luglio 2012


UNA VACANZA A PASSO LENTO

La montagna è il luogo ideale per “ricaricare le pile”, si sa. E’ per questo che a luglio migliaia di coniglietti Duracell calzano gli scarponi e – zaino in spalla – dilagano sui sentieri d’alta quota. Da soli, in coppia, in gruppo, con i bambini a tracolla, in groppa agli asini. Repubblica, dopo aver parlato nelle settimane scorse di camperisti e di barbecuisti, ha aperto ieri il suo “speciale viaggi” con due belle pagine dedicate alla vacanza in altura, con tante informazioni, suggerimenti e siti internet cui collegarsi.

Lo dico a scanso di equivoci: questo blog ama il passo lento, il genepì, la polenta taragna e lo scampanio bovino nelle malghe. Frequenta con assiduità Alpi e Appennini – più Appennini, diciamo. E in quasi trent’anni di scarpinate ha avuto modo di farsi un’idea abbastanza precisa dei frequentatori di creste e sentieri. Repubblica non lo dice, ma è oggettivo che esistono almeno tre tipologie di “montanari”: i tecno-trekker, i burberi atteggiati e gli autoctoni augh.

Il tecno-trekker parte in auto il venerdì pomeriggio dopo una rapida visita al Decathlon dove in 25 minuti netti compra l’occorrente per una spedizione sull’Himalaya. Le bombole per l’ossigeno no, perché è messneriano, lui. Si dota di frontalino Petzl da speleologo nel caso il sole dovesse spegnersi, imbragatura e corde per cagare appeso a un faggio, bussola vocale che indica il nord con leggero accento tirolese e – soprattutto – IL COLTELLINO, cioè una sciabola d’acciaio inox in grado di scuoiare un capriolo. Il tecno-trekker geme sotto zaini pesantissimi, pretende di coprire dislivelli da sherpa tibetano, mangia cioccolata e beve grappa per due giorni interi e va incoscientemente alla ricerca dell'impresa epica. La domenica sera ha gambe paralizzate dall’acido lattico, tira giù il sedile e fa guidare la moglie, che è rimasta saggiamente al rifugio ad abbronzarsi.

I rifugi del Cai sono il regno dei burberi atteggiati. I burberi atteggiati, che solitamente abitano in palazzoni dello Iacp, vivono in un perenne stato di straniamento: mano di freeclimber in guanto di commercialista. Forse è per questo che non ridono mai, se la tirano da nonno di Heidi e gli piace che li si consideri lupi silvani, aspri ed essenziali. Quando te li trovi davanti indovini nel loro ghigno un'empirica prova a se stessi della propria superiorità antropologica. Ma sbagliano e lo sanno. Il lunedì tornano in ufficio e sognano ragazze dai seni sodi e dall’incarnato di pesca che, in costume Walzer, fotocopiano ricevute per i modelli 730.

Poi ci sono gli autoctoni augh. Faccia cotta dal sole dei ghiacciai e orecchio allenato al verso del gallo cedrone. Qualsiasi cosa tu possa documentare con foto, filmati e referenze di Mauro Corona in carta da bollo, gli autoctoni augh ti fanno un sorrisetto a metà tra il compatimento e la derisione e si girano dall'altra parte a parlare di spit e fettucce con il gestore del rifugio. Ché in fondo, anche se hai conquistato l'Annapurna in slip o sei venuto giù con la camera d'aria dei camion dal Cervino, resti sempre un lurido viso pallido cittadino e che ne puoi sapere tu di crode e caccia al bufalo di montagna?


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20 settembre 2011


VAL DI VARA IN MY MIND

 

 Sono pressappoco le 7 quando arrivi davanti alla chiesa di Padivarma. Il sole non è ancora andato su del tutto e in fondo alla strada senti il mormorio del fiume. Il Vara scorre  pochi metri più in basso e pare che chiami. Anche se hai davanti 20 chilometri, lasci la strada principale – ché tanto è presto e a Pignone ci arrivi con calma – e lo segui, il Vara. Entri nel letto e fai andare gli scarponi tra i sassi tondi e bianchi e vai che è un piacere. L’alveo è ampio e cammini bene. Lambisci i salici elastici e i tronchi marciti dalle precedenti piene. Conti undici garzette bianche di calce che planano sulla riva, i colli lunghi come quaresime e le zampe di molla. Sono stupefacenti nella luce radente. Poi ti sentono e volano via seguendo la corrente a ritroso, undici sopracciglia bianche sul viso verde scuro del bosco.

E poi – poco dopo – ti ritrovi coi piedi bagnati sopra un sasso. Hai appena attraversato il fiume in un punto in cui l’acqua arrivava poco più in su del ginocchio. Ti sei tolto gli scarponi e le calze e l’hai fatto. Semplicemente, come si fa una cosa dovuta. Il fiume rientrava – più in là – in un’ansa che andava a morire sotto una parete di roccia e non c’era scelta. Ripensi al fondo scivoloso. Le pietre, levigate e inverdite dai portati dell’acqua, erano lisce e piatte e sopra si imprimeva la sagoma del piede. L’impronta di un ragnetto che procede mezzo carponi attento a non cadere. L’acqua in quel punto lì non aveva ancora ricevuto la carezza del sole ed era torva, di piombo, ma si increspava e la spuma le dava un che di gentile.

E’ così che hai conosciuto il Vara. Dopo 13 anni. Mettendoci i piedi a mollo per passare di là. E hai considerato che, forse sì, ha ragione David Le Breton ne Il mondo a piedi, chi cammina conosce col corpo. E che nell’istante esatto in cui eri in piedi a guardare da quella prospettiva inusuale le case del paese ingiallite dalla prima luce, gli stinchi bagnati, eri felice. Non sai di cosa. Ma lo eri. E lo sarai mille volte ancora.


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9 settembre 2011


RIFUGIO VIKTOR IMMANUEL



Ti chiamano al tavolo e ci vai
. Mica puoi cenare da solo qui sull’Appennino tosco-emiliano al rifugio che chiameremo – per comodità – Vittorio Emanuele II. Vietato. Il cameratismo di montagna ha le sue regole e una – la più in voga – è la socievolezza.

Ti ha convocato al desco un finto brusco con camicia a scacchi che ha deciso di metterti sotto il suo occhio di bue. Ti chiede tutto, da dove vieni e che ci fai su queste montagne e perché vai da solo e non è mica prudente e una volta sulle Dolomiti – questi qua vanno tutti gli anni sulle Dolomiti – su quella ferratina e quell’altra invece alla festa degli Alpini… polenta e capriolo, ahahah!

Vecchioscarpone sta con un amico uguale a lui e con mogli tenacissime, tecnicissime e arrapate dalla wilderness di Mauro Corona. Conosce il gestore del rifugio – poi dopo portaci quella grappa là… uno stap-pa-la-van-di-ni. Taglia con soddisfazione il formaggio usando un coltellaccio dal manico d’osso comprato a Cortina e ride con generosità compiaciuta. Ha l’urgenza un po’ studiata della pacca sulla spalla, la posa del compagnone che ti porge la borraccia, l’expertise esibita del conoscitore di creste. E’ uno spettacolo della natura.

Poi si va fuori, in riva al laghetto, a filosofare nella splendida serata in quota, e stiamo sempre a correre ma dove cazzo corriamo, eh, che in fondo ci serve così poco per stare contenti, eh?
Il cielo stellato sopra di noi e la tessera Cai in noi.


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4 luglio 2011


ANARCOCENTAURI DA PASSO APPENNINICO

Non c’è solo il ciclista della Val di Vara in Val di Vara. Ti sposti più in altura per battere un sentiero dell’Alta Via dei Monti Liguri e incontri lui: il motociclista da passo appenninico. Chi conosce quelle zone sa di cosa parlo. Dal Bracco al Rastrello fino al Passo di Cento Croci è tutto un rombare. Ad ogni curva te li ritrovi davanti vestiti da power rangers e incazzati come black-bloc... continua a leggere

 


17 agosto 2010


PONTE DI LEGNO BURNING

Come ogni estate i soggiorni a Ponte di Legno sono forieri di fragorose esternazioni. Dopo i governi cocomeri, ora i democristiani di merda. Domani - chissà - la gara di rutti.


12 agosto 2009


PAROLE

Personalmente – oggi – sono indeciso tra montagnakiller e italiadimarcellolippi. Domani vi dico.


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19 marzo 2009


PURISSIMO NUDISSIMO

 










Pare che adesso vada di moda andare in alta montagna con gli zebedei penzolanti. A me era successo tempo fa di incontrare un naturista amante del trekking, anche se eravamo alle Cinque Terre, la quota era decisamente meno vertiginosa e se non altro c'era il mare vicino.


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28 marzo 2008


GRANDE SASSO CHE PARLI CON LE STELLE

 











La prima è una foto del Calderone (il ghiacciaio del Gran Sasso) del 1982 e la seconda è la stessa foto scattata due anni orsono. Lo calcai, il Calderone, con il mio amico Cico un po' di tempo fa e, più recentemente, con mio fratello. Cose diverse, come potete capire, anche se il Gran Sasso è e resterà sempre la mia montagna di riferimento (un po' anche questi, però).

(Immagini prese da
qui)

p.s. se Polanca passasse da queste parti lo pregherei di omettere i particolari della seconda "impresa".


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