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Antipixel di Lamianotizia 


28 gennaio 2012


L'OCCHIOLINO DI GIANNI DE ROSA

Dopo l’impresa del Calais – in finale della coppa di Francia nel 2000 –, il fatto che Cardyff City e Mirandes siano arrivate rispettivamente in finale di coppa di Lega e semifinale di Copa del Rey è, di questi tempi, una cosa bella per il calcio. Tifando Ternana, una squadra se volete minore, sono piuttosto sensibile a storie tipo Davide contro Golia. E comunque la Ternana del 77-78 avrebbe potuto battere anche la Juventus. Opinione personale.


 
Allo stadio si andava con lo zio Luciano. “Zio Luciano che ride”, così lo chiamavamo io e mio fratello. Passava a prenderci alla mezza con la sua 126 arancione e quei sedili di vilpelle puzzolente che facevano venire il mal di testa. Noi avevamo l’abbonamento delle Feramascotte. Ci avevano pure dato un bel portachiavi rotondo, smaltato, rosso-verde, con sopra un pallone a scacchi che spalancava la bocca nella postura animale dell’azzanno. Una fera, appunto. Che in ternano significa belva.

L’ingresso in campo delle squadre dava la matematica certezza – a me come a tutti – che non esistesse al mondo una divisa più commovente della nostra. Era un dato oggettivo, inequivocabile. La mia Ternana era quella della serie B e – soprattutto – del campionato 77/78, dominato dall’Ascoli di Pasinato e Ambu: quarti a 42 punti a sole due lunghezze dalla A. Il fatto di avere dieci anni offriva l’innegabile vantaggio dello stupore. Lo stupore che mi consente oggi di ripensare, a distanza di più di trent’anni e con un dettaglio quasi documentaristico, a un formidabile tackle da sci acquatico di Piero Volpi in un Ternana-Modena sotto il diluvio universale.

Di quei campionati ho serbato, in un angolino della memoria, un episodio, se volete molto deamicisiano, ma anche fisico, adulto: una personale invasione di campo in un Ternana-Brescia. La partita si era trasformata in una sequela di tocchettini inamidati. Mancava una mezz’ora al fischio finale e a un tratto, nel torpore ronzante della Nord, vedemmo – mio fratello ed io – una passerella malferma, tirata giù da qualcuno tra la curva e i distinti, in bilico sopra il fossato. Ci siamo guardati in faccia e senza dirci nulla siamo saltati giù per i gradoni – due canguri meccanici. E mio zio dietro che urlava no, tornate qui, è pericoloso. Ma non fu poi così perentorio e, quando siamo entrati in campo, è rimasto a sorriderci con i suoi bei denti dagli spalti della curva.

Abituati ai campacci spelacchiati di periferia, l’erba del Liberati fu un’epifania di velluto. Seguimmo timorosi lo sterrato della pista e guadagnammo il nostro posto vicino ai fotografi, dietro la porta difesa da Astutillo Malgioglio. Uno di essi ci intimò di andarcene. E io, prontamente: siamo raccattapalle, noi. Ci squadrò divertito: i mocassino ai nostri piedi non lo convincevano del tutto, era chiaro. Ma un altro fece: lasciali sta’… so’ bardascetti. Lo guardammo con una riconoscenza disarmante e ci accovacciammo a bocca spalancata. Eravamo al cinema. Davanti a noi correvano, imprecavano, sudavano le figurine Panini in carne ed ossa. E se facciamo gol? Tu entri in campo? Io no, ché ci cacciano.

Poi arrivò un cross dalla destra. La palla partì dai piedi di non so chi e restò in orbita per un’eternità. Vedemmo Gianni De Rosa caricare il muscolo della coscia sinistra e saltare su come un grillo. Daje!, urlai con la pancia. Daje!, strillò mio fratello. Ma l’arbitro fischiò fallo contro e sorrise paternalistico al nostro numero undici. De Rosa protestò un po’, agitò la zazzera e poi si girò verso di noi, ci guardò e ci fece l’occhiolino. Che – a pensarci – è un modo magnifico di trattare due ragazzini a bordo campo.

Ora De Rosa non c’è più: incidente stradale. Anche mio zio se ne è andato via. Un pudore immotivato non mi ha permesso di ringraziarlo come si deve. Per l’ultimo saluto sarebbe stato bello – come inutile atto riparatorio – infilargli nella tasca della giacca il portachiavi delle Feramascotte. In quel Ternana-Brescia, quando decise di non toglierci la gioia della strizzata d’occhio di De Rosa, c’era in lui la certezza che tifosi di viscera si diventa soltanto da bambini. Per quello che conta, quel portachiavi non ce l’ho più. Secondo me un uomo di dieci anni è riuscito a consegnarglielo prima che chiudessero la cassa. Senza essere visto da nessuno. Sì, dev’essere andata proprio così.


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permalink | inviato da Attentialcane il 28/1/2012 alle 7:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


22 maggio 2010


ASPETTANDO INTER-BAYERN

"Il più grande esperimento di calcio collettivo, però, è di Corrado Viciani, che nel 1972 allenava la Ternana. Quella squadra era fatta di giocatri scarsi. Viciani, così, li obbligava a giocare con passaggi brevi per muoversi, tutti insieme, verso la porta avversaria".

(Luigi Cavallaro, autore del libro Interismo-Leninismo, intervistato oggi sul Riformista)

P.S. Viciani con Milito e Zanetti eccetera, lo avrei voluto vedere


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