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Antipixel di Lamianotizia 


23 aprile 2004


IN MORTE DI FABRIZIO QUATTROCCHI

Maurizio Maggiani è un uomo che vive delle sue parole. Scrive cose toccanti, utilizza la sua maestria per titillare le corde del cuore e dei sentimenti, ma spesso è pura forma, esercizio stilistico, mestiere e banalume. Di seguito vi sottopongo ampi stralci di un fondo – apparso domenica scorsa sul Secolo XIX – sulla tragica fine di Fabrizio Quattrocchi. ”Lo voglio dire, fossi anche l’unico a pensarla così: io non voglio vedere come muore un italiano, (…), vorrei proprio che non morisse nessuno anche fosse soltanto coreano”. Anche noi. La storia del coreano poi ce la spiegherai con calma. Vai avanti Maurizio. ”Un uomo italiano è stato ammazzato in un modo schifoso, in un Paese dove molti altri uomini sono stati schifosamente ammazzati. A differenza di tutti gli altri, che si sappia, abbiamo un documento della sua morte. Quel documento ci dice che quello era un uomo coraggioso, molto coraggioso: ha affrontato la sua fine con un coraggio di cui, credo, ben pochi altri uomini possono vantarsi”. Sì. Probabilmente molti altri sono morti da coraggiosi. In Iraq. In Palestina. In Cina. A Cuba. Sto aspettando lo snodo del ragionamento, Maurizio. ”E’ morto un eroe? Non lo so e non sono interessato a saperlo. (…) Se mai un eroe muore, gli unici a gioire sono le relazioni esterne degli stati maggiori, gli uffici di propaganda di chi altrimenti non può cantar vittoria. Quello che servirebbe sarebbe invece riuscire a vivere da eroi”. Eccolo lo snodo: Quattrocchi è morto, sì, da coraggioso, cercando di guardare in faccia chi gli stava sparando, ma – pare di capire – vivere da eroi è un’altra faccenda. Fermo restando – come rinunciare alla liturgia del sentimento? – che fanculo agli stati maggiori e mettete i fiori nei cannoni e sparagli-Piero-sparagli-ancora. ”Ne ho conosciuti molti di questi eroi della vita, e nessuno, dico, nessuno che avesse la faccia da eroe (…). L’ultima è stata Annalena Tonelli in somalia, ammazzata dopo trent’anni di eroica guerra combattuta nella trincea di una baracca che faceva in modo che potesse essere un ospedale. Non ha mai brandito un’arma in tutti i suoi anni di guerra, nemmeno ha mai brandito il suo crocifisso, che teneva sul petto sotto le vesti”. Certo che i missionari, i ginistrada e le anime belle sono eroi. Chi potrebbe affermare il contrario? Però, dilla tutta, Maurizio. Titilla fino in fondo il nostro muscolo cardiaco e, se non te la senti, lo farò io per te. Dunque: anche il padre di famiglia che tutte le mattine va a lavorare per mille euro al mese e c’ha il mutuo da pagare e i figli da mandare all’università è un eroe che tiene la vita per i denti. To-ton-to-ton: è il rumore della rotaia. Do you know pendolarismo? ”Per quanto mi riguarda, se proprio devo farlo, credo di avere il diritto di scegliermi i miei eroi, con tutto il rispetto per i coraggiosi”. Ecco il gran finale, il mortarone. Maggiani rivendica il diritto di scegliersi i propri eroi. Visto che faccio il pennivendolo pure io, come Maggiani, vi dico adesso quali sono i miei modelli di viltà e di ipocrisia. Sono quelli come Maurizio Maggiani che non hanno neanche il fegato di dire: quel ragazzo puzzava di destra e ben gli è stato. Dillo, Maurizio. Dillo che non hai il coraggio neppure di essere estremo come vorresti far credere. Fabrizio Quattrocchi era un ragazzo che stava lavorando, caro Maggianimaurizioscrittore. E’ questo l’eroismo che non potrai mai capire. LA-VO-RAN-DO.




permalink | inviato da il 23/4/2004 alle 7:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (43) | Versione per la stampa
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