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Antipixel di Lamianotizia 


31 dicembre 2005


MA PERIRE E' UN PO' MORIRE?

Avevo avvertito le avvisaglie di una certa soddisfazione umidiccia già con Bruno Tabacci che, ospite a Ballarò, si era scagliato contro Luciano Violante: “Nel ‘92 è stata messa in galera gente con accuse inesistenti e adesso di fronte a queste vicende in cui…”.
Poi oggi leggo quel felpatone di Pierferdinando Casini che sul Corriere della Sera dice, tra le tante cose: “Certo, non hanno avuto trattamento leggero nemmeno loro (nel senso dei Ds. ndr). Ma mi permetto di aggiungere che farebbero bene a riflettere sulla massima: chi di spada ferisce di spada perisce”.
Io sarei per aspettare almeno qualche mesetto prima di essere così definitivo nelle analogie: perire mi sembra un verbo un po’ impegnativo.




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31 dicembre 2005


LE DOMANDE DI SAN SILVESTRO

Non pensiate che si parli così per parlare. Scritta una cosa, talvolta ne rileggiamo i passaggi più significativi e facciamo gli avvocati del diavolo di noi stessi.
Per esempio stamane la parte più scassacazzi di noi chiedeva: ma perché poi Romano Prodi dovrebbe difendere i Ds?
La parte migliore di noi allora le ha risposto con una domanda: ma perché i Ds si sono cacciati in questa trappolona e non possono fare altro che schiumare rabbia e tenersi un democristiano per leader?




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30 dicembre 2005


PESCE PILOTA

Claudio Sabelli Fioretti intervista Flavio Briatore.
Ha mai votato?
«Una volta, tantissimi anni fa, Democrazia Cristiana. Io sono una persona di centro»




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30 dicembre 2005


IL POST DI AGOSTO - e poi basta chè è tutto abbastanza recente

L’uomo con la diavolina (4/8/2005)
Negli Stati Uniti, per sondare le intenzioni di voto, chiedono al potenziale elettore con chi farebbe il barbecue. Perché là è una roba importante il barbecue. Non so negli Stati Uniti perché non ho esperienze di prima mano, ma in Italia sono gli uomini che governano il fuoco. Credo dipenda dal fatto che un uomo, che di solito in cucina non fa un cazzo di niente, si sente un po’ cacciatore che si procura il cibo mentre le femmina sta in casa a curare la prole. E allora arrostisce pezzi di bestia catturata alla Coop.
E’ in estate che i principi brizzolati della carbonella danno il meglio di sè. Invitano gente a cena e, (“dai!”) stiamo sul terrazzo e ci facciamo una grigliata. Oppure (sempre, “dai!”) andiamo in quel posto in campagna e ci mangiamo una bella bisteccazza!
L’uomo brizzolato si mette solitamente a torso nudo con sopra un grembiale in plastica che lo fa sudare come un animale (sul grembiale immagini tipo pomodoro gigante, erba medicinale o Michey Mouse ai fornelli), fa battute dozzinali sulla salsiccia in graticola (AH-AH-AH) e si piazza due mele sotto la pettorina mimando il palpeggio delle tette (AH-AH-AH) con un altro maschio del clan.
Il problema è che senza diavolina il fuoco col cavolo che lo accende.
E mai che questa verità gli cagioni pensieri foschi sul dominio della tecnica nelle società occidentali.
Mai!

Il viaggiatore in camper (7/8/2005)
La questione del camper è così fatta: chi lo compra ha le sue ragioni, di convenienza (provate voi a fare una vacanza con moglie e tre figli in albergo) e di fascino (la libbbertà e pure la soscialità). Chi lo osteggia ha le sue ragioni, tutte di fatto.
Tanto per cominciare direi che c’è un equivoco di fondo sulla vacanza in camper: come vacanza non è poi tutta ‘sta libbbertà. Sì, si tratta di qualche giorno en plein air, un po’ freak, un po’ fuori dagli schemi dei circuiti di massa. Però è pur sempre una-casetta-in-canada per un viaggio con tutti gli utensili per una tresettimane che non ci facciamo mancare nulla: il pelapatate elettrico, la tv incastonata nel mogano e lo sparasegheduracel.
Anche la circolazione veicolare, se proprio vogliamo dirla tutta, risente molto del viaggiatore in camper. Il viaggiatore in camper non sa mai decidersi dove parcheggiare, traccheggia, è spesso preda delle paure motorie della consorte, teme che i freni si surriscaldino e in discesa tiene la seconda creando colonne di automobilisti con due palle così, non calcola bene l’ingombro ed è costretto a fare manovre che durano interi quarti d’ora.
Poi ci sono le soste per la notte. Certo esistono le aree attrezzate, ma non dappertutto. Per esempio sotto casa mia no. Però si fermano regolarmente e le donne sciacquano le magliette dei figli nelle bacinelle mentre i mariti studiano la carta geografica, squadernata sul cruscotto. Solitamente sono carte geografiche immense. Il viaggiatore in camper ne ha una per ogni continente ché se gli capita di stare alla periferia di Marsiglia e vuole andare in Vietnam (tanto col camper vai dappertutto) almeno è attrezzato.
Un problema del camper credo che sia il water chimico. Di notte col water chimico caghi anche a Parigi però la mattina c’hai il problema di scaricare la produzione. Un uomo dagli occhi cisposi (un uomo libbbero) solitamente esce dalla porticina del mezzo e cerca una fogna dove mollare il dirigibile marrone di sua moglie. E son cose che uniscono queste. 
Il viaggiatore in camper ha le sue belle riviste specializzate che lo informano sui raduni di viaggiatori in camper.
Il viaggiatore in camper ha gli occhiali da sole a goccia che neanche Califano.
Il viaggiatore in camper ha le biciclette incollate con la calamita dietro nella parete posteriore del camper che se gli stai dietro pensi adesso mi si spiaccica la mountain sul cofano.
Il viaggiatore in camper ha gli adesivi di Selva di Val Gardena e del lago Titicaca sul deflettore. Uno dietro l'altro.
Il viaggiatore in camper spesso ha la barba brizzolata, suda pochissimo poiché guida a torso nudo e dà sempre l’idea di sapere che pesci pigliare.
I figli del viaggiatore in camper, durante i tragitti, giocano sempre a dama con quelle damine con le calamite rosse e nere che se perdi una pedina col cazzo che la ritrovi.
Eccetera.

Alta quota (28/8/2005)
Montagna. Passeggiata innocentissima. Percorriamo un sentiero innocentissimo fatto di panorami molto belli, ma innocentissimi. Certo, soltanto tre anni fa, facemmo cose molto più impegnative mia moglie ed io, ma, vista l’attuale situazione di padre e madre con zainetto, non ce la sentiamo di avventurarci dove osano gli aquilotti.
Questo fatto se lo caccino bene in testa tutti i
ragazzetti che fanno da mangiare nei rifugi del Cai.
Allora, dopo una paio d’ore di escursione in piano ce ne torniamo nel rifugio del clubalpino che poi non è un rifugio vero e proprio poiché ci arriva la strada e la luce e allora capirete che il gestore non può tirarsela poi tanto. Un piatto di maccheroni per il pupo e un panino con birra/coca per noi.
A pensarci bene quei maccheroni sono l’unica strizzatina d’occhio alla
wilderness perduta, ché molti padri e molte madri continuano a proporre alla propria prole pastine-olio-parmigiano nel contenitore Tupperware fino all’età di anni 12. E per la crescita psicofisica non è cosa.
Bene. Entri con lo zaino pieno e tua moglie chiede se possiamo mangiare, siamo in tre, anzi due più bambino. Un ragazzo segaligno con maglietta e pantalone tecnico da arrampicata risponde ingrugnito che no, si mangia dopo le 12 e 30. E allora tua moglie gli fa notare divertita che sono le 12 e 35 e lui continua inspiegabilmente nella sua
posa da nonno di Heidi, scontroso, umbratile, silvanamente aspro. In verità deve ancora mangiare e lo capisci dal fatto che, mentre ti risponde con la sua studiata selvatichezza, reca in mano un piatto di pasta fumante. Capirete che uno qualcosa sotto i denti la deve pur mettere prima di servire al tavolo ‘sti zozzoni di cittadini che vengono fin quassù a fare la loro gitarella trallallà e che se ne restassero a casa loro a contare i denti ai francobolli piuttosto.
Va bene - diciamo educati - noi si rimane ancora fuori ad aspettare (però sono le 12 e 35, è questo il sottotesto che è necessario capire educatamente). E fuori c’è uno
stronzetto coi capelli rasta che sarà pure un montanaro provetto ma intanto si tagliasse i capelli che sennò suda. E sta dando lo smalto ad una ringhiera e lo fa con tenace superiorità, senza guardare nessuno e senza sentire cazzi. Lui.
Io giro lo sguardo verso il passo su in alto e mi atteggio nella postura di chi studia le creste. Che conosco tutte metro per metro - sia chiaro - e possibile che quel sorcio di cameriere e quel velleitario di rasta non se ne accorgano?
Intanto arriva un gruppo di gitanti. Sono padre-madre-due-bambini, una manata di zii e un’altra di amici del quartierino. Scendono dalle loro auto e anche loro vogliono mangiare.
Arriva il turno di tutti. Ci sediamo. Al tavolo ci si para una Heidi, anch’essa molto tecnica, con una treccia da
ragazza spiccia del Walhalla. Ordiniamo. Anche il gruppo di gitanti ordina. Quando arrivano le pappardelle al sugo di cinghiale, il capotavola della tavolata dei gitanti urla forza Roma, il papà fotografa il piatto fumante col telefonino - sciaclic - e la zia chiede se sippercaso c’hanno du peli de cicoria ripassata.
Indovini nel ghigno del segaligno una empirica prova a se stesso della propria superiorità antropologica e non sai dargli torto. Anche Heidi sorride compiaciuta e, pulendosi le mani nel grembiale studia, scientificamente soddisfatta, lo stanzone ormai pieno.
Tu addenti il panino e preghi che tuo figlio mangi in fretta.

Tarantichissima (29/8/2005)
Il
Salento è tutto una taranta: sagre, concerti, happening, dappertutto è un fiorire di taranta. La taranta è un musica molto ritmata - antichisssssima - che fa tanto Mediterraneo. Molti giovani la riscoprono nella consapevolezza che salvare le nostre tradizioni si deve e che in fondo sì, è gagliardamente, rudemente, barbaricamente noglobal.
Può dunque capitare che, se sei
in vacanza a Gallipoli e vai a mangiare una pizza, mettano un pezzo di quelli potenti, popolari, tosti, contadini.
Tu picchierelli i polpastrelli sul tavolo e sorridi a tua moglie, senti la taranta?, e ti spingi anche a tenere il ritmo con il ginocchio. Perché la taranta ti prende, c’è niente da scherzare.
Poi mettono un secondo pezzo, bel ritmo anche questo, trombettina e percussioni perfette, la voce slabbrata della cantrice molto adeguata e il ginocchio impigrisce, si ferma.
Sulla pizzamargherita plana infine un terzo pezzo in tutto similare agli altri due e senti una leggera
scalfittura allo scroto.
Lievissima.




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30 dicembre 2005


IL POST DI LUGLIO – tra Follini e Bisio scegliamo Bai Ling

La permanente del centro (4/7/2005)
Un tempo c’era Fossati con la canzone popolare. Alzati che si sta alzando, e i congressisti battevano le mani mentre il testo incalzava. C’è stato poi il De Gregori de La storia: una bella canzone che scalda i cuori sebbene meno categorica nel ritmo. Con Prodi si è passati dal cantautorato radical alla sacralità del sudore: la vita da mediano di Ligabue è una di quelle cose da bar padano che fa emozionare dopo il terzo giro di birra. Però azzeccata, pulita, vera. E sincero e passionale è stato anche l’utilizzo de Il cuoco di Salò da parte di Alleanza Nazionale. Però un limite dovrebbero porlo. I cantautori voglio dire. Se al congresso dell’Udc mandano a tutto spiano Battiato giocando grossolanamente sulla suggestione del Centro di gravità e sulla sua permanenza qualcosa da eccepire ci sarebbe. Follini ha scelto la canzone soltanto per il ritornello, senza curarsi della vecchia bretone e soprattutto dei gesuiti euclidei. Insomma, non c’è fervore, ma solo l’effetto fonico della battuta che richiama il claim della campagna. E Battiato dovrebbe un po’ sorriderne.

Cineserie (16/7/2005)
Ora, da una serie di indizi tipo gli articoli di Federico Rampini sulle mele Fuji, i jeans a dieci euro e la zebra e il leone di plastica di mio figlio rigorosamente made in China, si può dire che sì, questi ce se magnano. I tempi degli involtini primavera e del gelato fritto sono preistoria. Adesso ci si rovina il fegato con altre robe.
Prendete Terni. Che è una città dove la presenza cinese si circoscriveva fino a qualche anno fa ad un paio di buonissimi negozi di pelletteria. Ebbene, tu torni dopo un po’, vai alla stazione ferroviaria e un venerdì pomeriggio ore 19.10 ne trovi otto stravaccati sul marciapiede che aspettano il bus come credo facessero in qualche remota regione lambita dal fiume Giallo. E uno di loro ha i calzoni neri con i calzini (corti) blu. Capite che sono cose brutte. Bai Ling che posa per Playboy è un discorso totalmente diverso.

Che pragmatico umoristaaa (26/7/2005)

Giorni fa uscì un lungo articolo di Aldo Grasso sul Corsera in risposta a Michele Serra che se l’era presa con la “colonizzazione pubblicitaria” e la Rai succube del mercato pubblicitario.
Grasso diceva: di cosa ti lamenti, caro Serra? Lo spot è di sinistra!
E giù un lungo elenco di attori di provata fede che prestano la faccia a detersivi, telefonini e banche: Amendola e figlie (falle studià), Syusy Bladi e Patrizio Roversi (“la ex via emiliana al comunismo”), Claudio Bisio (pagine gialle al suo attivo), Ficarra & Picone, Gene Gnocchi, Enrico Bertolino, Lella Costa (simpatica come una colata di cemento sui piedi).
Ora, obiettare al sinistrorso Serra che siccome gli attori che di professione fanno gli attori-di-sinistra attingono a piene mani dal pozzo allora è vietato dire che l’acqua fa schifo, non mi pare il migliore degli argomenti.
Ma Grasso ne utilizzava un altro, e cioè quello classico della distinzione forma/sostanza: inutile prendersela con la pubblicità, quando invece “sarebbe interessante capire, giusto per individuare il grado di colonizzazione pubblicitaria cui siamo arrivati, il ruolo dei telefonini, dei call center, delle banche, delle assicurazioni, dei detersivi, ancora dei telefonini, nella trasformazione della società italiana, nel suo presumibile imbarbarimento”. E lo star system di sinistra quel mondo lo critica, ma contribuisce a rafforzarlo.
Pensandoci bene non vedo perché uno che fa il comico di sinistra debba essere santo a tutti i costi e, predicando bene, razzolare altrettanto bene. Bladi e Roversi e la loro figliola - per dire - sono una famigliola che ha la necessità di arrivare a fine mese come me e come la maggior parte di noi.
Ciò che risulta insopportabile, e che ci fa rivalutare la critica un po’ scomposta e zitellesca di Grasso, è però altro.
Per esempio Claudio Bisio dichiara, più pragmaticamente di quanto non si pensi, al Venerdì di aver rinunciato a Sanremo perché ci sono le televendite e che – invece – la pubblicità è un’altra cosa: “Nella televendita sei tu, Claudio Bisio, che usi la tua faccia… Gli spot invece sono piccole storie, filmati commerciali come Carosello dove non devi essere così esplicito”.
Ho come la sensazione che ce la racconti un po’.




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30 dicembre 2005


IL POST DI GIUGNO – e allora buttamola a casino

Casini (11/6/2005)
Dice il presidente della Camera dei Deputati: "Chi si astiene non è cittadino di serie B". E infatti noi qui non si pensava ai cittadini. Giusto per non fare casini, mettiamola così: i politici che invitano ad astenersi sono politici di serie B.

Tempi incasinati (16/6/2005)
A me uno che dice "Più valori meno marketing" puzza tanto di marketing. Di questi tempi. Che poi cominciamo a elencarli 'sti valori?
1...
2...
3...
eccetera.
E non si dica genericamente pace-vita-uomo. Trovatemi uno che contrapponga guerra-morte-sasso.

Chiavi  (28/6/2005)
Diciamo che è un esperimento coi motori di ricerca. Anche leggermente cialtrone.
Generico: Prestigiacomo nuda, Meteorina, Slut, Boobs, Sex, Francesco Cossiga, Edvige Fennech, Diaco.
Attualità: vagina, figa, fica.
Cultura: suonerie, Codice Da Vinci, Christian Vieri, calendari, Lando, Il camionista, Il tromba.
Scienze: curarsi con le erbe.
Politica: Letizia Moratti nuda (non trascurare il pubblico di nicchia), Hitler, Flavia Vento. Totti e Ilary Blasi.
Glamour: Loredana Lecciso, Luca Sofri, perizoma, cellulare, Alvaro Vitali, videofonino, dieta a zona.
Cool: matrimonio adozione gay, Baget Bozzo, Zapatero, Fantastici cinque, Bin Laden, Giuliano Ferrara.
Economia: Anna Falchi, Briatore.
Vintage: Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi, Mago Zurlì, calciobalilla “Roberto Sport”, Achille Occhetto, Mogol, Gigi D’Alessio (ad honorem).




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30 dicembre 2005


IL POST DI MAGGIO – chierici, monasteri per spiriti liberi e democristianerie

Pecunia non olet (1/5/2005)

Dice Maurizio Maggiani sul Secolo XIX che il lavoro è diventato una specie di lotteria. Lo dice oggi, 1° maggio, e se non altro va premiato il coraggio creativo di collegare la festa del lavoro al Superenalotto.
La tesi - un po’ sempliciotta in verità - si riassume in questa frase:
Quella del lavoro sì che è una pura illusione (…) Se deve esserci una festa oggi, che sia la festa del Superenalotto”.
Insomma, la vera chimera non è più – in questo mondaccio mediatico e di cartapesta – sperare di vincere una cifra da capogiro, ma trovare un lavoro decente, non sottopagato, con ferie e contributi e tutte le cosine a posto. Che a pensarci è vero, ma il linkage ci pare francamente un filino spericolato.
Vale la pena però riportare un lungo passaggio, compreso il finale ad effetto in cui Maggiani immagina di essere lui il vincitore di quella cifra da capogiro:
Mi ha telefonato ieri mattina un’amica (…) Lavora nell’ufficio personale di una mega impresa (…) domani dovrà telefonare a centinaia di uomini che verranno assunti per la stagione estiva. (…) Tra loro c’è gente che da 20 anni sogna di essere messa a regime (che brutta espressione sulla bocca di uno scrittore) in un impiego stabile. (…) L’azienda non è in difficoltà, è floridissima, potrebbe assumere quella gente e altra ancora senza lasciare i suoi azionisti all’asciutto di dividendi. Semplicemente all’azienda non gliene frega niente degli uomini che lavorano per lei. (…) E domani forse sarò anch’io uno di loro. Mi comprerò tre ville al mare, ai monti e in campagna, … aprirò un call center in India … tutto domani, tutto via internet off shore, future bond. Sì, un 1° maggio da non dimenticare”.
Io vorrei soltanto dire che cialtronate così è difficile leggerle in un quotidiano nazionale. Ma cosa c’entra il future bond? E poi andiamo: questa cosa dei call center è un po’ tirata per i capelli. Se io dovessi vincere 70 mila euro me ne fregherei di aprire un call center. E in India poi. In realtà, c’è un cavallo di battaglia della sinistra e del cattolicume conformista in questo pezzo di Maggiani, che si può riassumere così: fanculo alle occupazioni intangibili ché i soldi si fanno col sudore della fronte e non con i soldi. Solo che, a pensarci bene, se uno fa il moralista lo faccia fino in fondo. Quanto vale una stilla di muratore? Più o meno di quella di un barista? E uno scrittore che campa della propria fantasia come si piazza? Il problema vero però - è ora che qualcuno lo dica - è che ci sono intellettuali e intellettuali. La sinistra dovrebbe pigliarli a pesci in faccia questi chierichetti che pizzicano le corde di piagnoni e recriminanti. Un chierico – e non un chierichetto – di sinistra sul 1° maggio dovrebbe dire qualcosa di sinistra: e cioè qualcosa di diverso dalla solita, conformista, compiacente, appagante, conservatrice, calduccia retorica dell’operaismo da operetta, qualcosa di diverso dai frontismi manierati che sono una tonnara dove la pesca è facile.
Ma forse Maggiani vive di questo, scrive ciò che la piazza vuole. E questo sì che è
guadagno puzzolente.

Ratzinger e Nietzsche (3/5/2005)
Quando a Piazza San Pietro è stato annunciato il nuovo papa c’è stata un po’ di delusione. Quasi tutti i cattolici speravano in un Giovanni Paolo III, se non altro per un segnale anche fonetico di continuità.
E invece Benedetto XVI. Perché il XV – ha poi detto Ratzinger – è stato un papa di pace. E perché – soprattutto, diciamo noi – Benedetto è il monaco della Regula, una forma di austera scansione del tempo tra preghiera e lavoro, che facilita l’incontro con Dio. Il monachesimo, più in generale, fu una risposta alla decadenza della Chiesa. E Ratzinger ha già ricordato ai preti il valore della severità con se stessi. La scelta del nome può dunque essere letta come un messaggio ai suoi. Anche se l’idea del cenobio incontra insospettabili alleati pure tra gli atei. Contro la dittatura del “tempo-ora”, cioè contro l’arida razionalità strumentale, Nietzsche vagheggiava un “monastero per spiriti liberi”. Lì, gli “inattuali” vivono in amicizia, severo lavoro, scrupolosità e metodicità negli studi, disciplina e ripartizione sistematica della giornata. Che Nietzsche fosse tedesco e avesse frequentato dal 1858 al 1864 la Scuola di Pforta, una singolare mescolanza d’istituzione culturale e di collegio militare prussiano all’interno di un monastero cistercense, lasciamolo tra parentesi.
Qui ci piace pensare che Benedetto XVI possa far riscoprire, almeno nell’approccio metodologico, un minimo di diligenza e di meticolosità anche a chi cattolico non è.
E chissà che lo spirito liberale non ne esca rinvigorito.


Avis (26/5/2005)
Io dico una cosa: forse c’ha ragione Mussi quando afferma che quella del Professore è una scelta poco ragionata (dunque torna indietro?) e forse - chissà? - Fassino è il più lungimirante di tutti ad appoggiarlo until the end of the world, però Prodi la tessera Ds potrebbe anche pagarla.
Simbolicamente, sia chiaro. Resterebbe democristiano, però sarebbe un segnale se non altro di buona disposizione verso i donatori di sangue.




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30 dicembre 2005


IL POST DI APRILE – il blogger raffinato è contro le dittature, le confessioni, le mode

Quante dittature hai? (12/4/2005)
Massimo Mantellini racconta che un suo amico - che si chiama Francesco - non ha potuto chiamare Francesca sua figlia perché, prima l’anagrafe e poi il giudice, gli hanno opposto una legge che lo vieta. Un commentatore ha trovato la norma incriminata. E’ un dpr del 2000 che all’art. 34 dice: “E’ vietato imporre al bambino lo stesso nome del padre vivente, di un fratello o di una sorella viventi, un cognome come nome, nomi ridicoli e vergognosi”. Ora, a parte Giuseppe Garibaldi che non avrebbe potuto chiamare - oggi - i suoi figli Ricciotti e Menotti (evidentemente due cognomi), so per certo che il mio amico Giorgio ha chiamato Giorgia sua figlia e l’ufficiale di Stato Civile non gli ha detto nulla. Certo, se avesse avuto un maschio non avrebbe potuto dargli il suo stesso nome e mi pare che la norma dica questo. Se l’amico di Mantellini avesse insistito, quell’ufficiale di Stato Civile - mi sono documentato - sarebbe stato obbligato a scrivere Francesca salvo poi fare una comunicazione alla Procura (non chiedetemi il perché). Quello che non mi torna però è la decisione del Tribunale. Mah.
Altra cosa che non mi torna è - a dire la verità - il titolo del post di Mantellini, un blogger raffinato (e lo dico senza ironia): “La dittatura dell’anagrafe”. Che potrebbe nascondere un afflato libertario oppure essere soltanto un "piove, governo ladro" buttato lì.

La scelta di CLaudia (18/4/2005)
Forse lo sapete già, ma lo voglio ricordare: Claudia Koll si è fatta suora laica. E allora, in questi giorni di Conclave e di papaboys, ammetti che è vero, che c’è una virata decisa dalla carne allo spirito, se anche l’icona delle terga si gira e dice: «Mi sentivo come morta. Oggi sono una persona diversa». La Provvidenza soffia dove e come vuole. Non saremo quindi noi a fare questioni o sorrisetti sciocchini. Una cosa però lasciatecela dire: come presa mediatica una Koll che si redime vale mille parrocchiani che lavorano nell’ombra. La Chiesa ha bisogno – oggi più che mai – della monaca di Monza rovesciata e della purezza rivoluzionaria di Francesco che getta le vesti. Magari davanti alle telecamere, perché – diciamocelo – non c’è mica niente di male e ogni epoca ha i suoi media da utilizzare. Gerard Depardieu, in una recente intervista, ha detto di amare Sant’Agostino perché prima di essere stato un gran santo è stato un gran peccatore. Figo, però sia chiaro: a forza di redenzioni clamorose e di frasi mediaticamente efficaci, i piccoli peccatori e i credenti dubbiosi rischiano di sentirsi irrimediabilmente datati.
E Dio solo sa se è un male.

Il concerto dei lavoratori (23/4/2005)
Sbirciare nel forum su www,primomaggio.com, il sito ufficiale del concertone organizzato dalla Cgil in piazza San Giovanni per la festa dei lavoratori, è il minimo per capire l’aria che tira. La tradizione infatti vuole acque sempre agitate, ma quest’anno – almeno fino al momento in cui scriviamo – pare regnare bonaccia. C’è soltanto qualcuno che ha da ridire sui cantanti. “Fortissimo” per esempio si sfoga scompostamente: “Luca Di Risio che c’entra con il primo maggio?”. Polemicuzze da collegiali. Nulla in confronto al 2003, l’anno della spigliatezza tribunizia di Daniele Silvestri, il Bob Dylan di Roma Nord, lui sì – secondo “tr4v3ll3r” – emblema del primo maggio. Noi qui, se ce lo consentite, vorremmo alzare però il livello della discussione e incrociare i fioretti su un’altra questione che, in confronto, la querelle Di Risio sì-Di Risio no è una caramellina. Vogliamo parlare del presentatore? Perché Claudio Bisio è bravo e simpatico e di sinistra, ma un po’ fighettino. Il sanguigno Amendola, per dire, un anno strillò dal palco: “Ahò, regà, nun spignete ché qui sotto se schiacceno”. E il vecchio operaio – forse sbagliandosi – poté sognare un bel ceffone a quei ragazzetti che si spintonavano ridendo davanti alle telecamere, mentre Paola Turci intonava “Povera patria”.




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29 dicembre 2005


IL POST DI MARZO – l’alienazione, il potere e i grandi pipponi

Fancazzismo (1/3/2005)
Forse Corinne Maier non ha letto “La morte in banca” di Giuseppe Pontiggia, ma Post office” di Charles Bukowski sicuramente sì. L’ autrice di “Buongiorno pigrizia”, un best seller in Francia, elogia l’intelligente dolce far niente dell’impiegato nelle mega-strutture burocratizzate (sia pubbliche che private), ed evoca suo malgrado la carica sovversiva dello sgangherato Chinaski che arranca, tra una sbornia e un’altra, nei meandri avvilenti delle Poste americane. Mosche che girano in tondo – ricordate “Brazil”, il film di Terry Gilliam del 1985? - e che si affaccendano intorno al vuoto. Un nulla pericoloso perché condito da un linguaggio che irretisce e incanta con termini vacui - motivazione, valorizzazione, creatività - ed inglesismi surreali - start up, timing, team building. Si tratta di una realtà costruita per slogan – dice la Maier – pura fiction che rimuove sostanzialmente un fatto elementare: si lavora per guadagnare e, potendo, uno ne farebbe a meno. Ecco, “Buongiorno pigrizia” è un manuale di autodifesa per chi rischia di dimenticare questa verità e si fa prendere dalle spume dell’eccellenza e del miglioramento continuo. Con un’avvertenza però: attenzione a non essere stanati sennò il lavoro si dà in outsourcing.

Cavallo scalciante (4/3/2005)
Ha detto Fausto Bertinotti al Congresso Rc: «Il potere non è neutro, una macchina non è buona o cattiva a seconda di chi la guida». Un conto è dire: fare politica è scegliere - qui e ora - la macchina migliore possibile. Di solito lo fa quello che è ritenuto essere il miglior pilota possibile. Un po' come Schumacher e Ferrari. Altro è lasciar intendere: meglio andare a cavallo perché le macchine non ci piacciono.
Ma forse ho equivocato oppure era soltanto una frase ad uso interno oppure del "qui e ora" Bertinotti se ne infischia.
p.s. Ok, il potere non è neutro. Embè?

Pippemancine (11/3/2005)
Non sono male alcuni testi dei Tiromancino. Ascoltavo l’altro giorno “Imparare dal vento” e notavo però una stridente contraddizione. Da una parte (lato destro) la canzone lascia intendere un approccio alla vita molto – diremo così – orientale (“Vorrei imparare dalla corrente a portare le cose dove non vogliono andare e avere la pazienza delle onde di andare e venire”) e financo eracliteo (“vivendo ricominciare a fluire”). Dall’altro invece (lato mancino) si evince un prepotente ritorno al soggetto razionale occidentale, in grado di scegliere il proprio destino e forgiare il futuro (“torneremo ad avere più tempo e a camminare per le strade che abbiamo scelto”). Ci può spiegare – caro Zampaglione – questo cortocircuito?




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29 dicembre 2005


IL POST DI FEBBRAIO – di Prodi, Papa e Don Giussani

Capufficio coi fiocchi (18-2-2005)
“Prodi, ecco svelato il mistero, non sa fare politica. La sua carriera dimostra che sa gestire un dossier, sa organizzare un gruppo di fedeli, conosce un po’ di sociologia e di economia, ha doti comunicative non eccezionali ma sufficienti all’esercizio del mestiere, eppure per il resto, cioè per la visione, il rispetto dei tempi politici, l’anticipazione della decisione i cui frutti si raccoglieranno domani, il dominio delle pulsioni elementari della base, la costruzione di alleanze italiane e internazionali davvero solide, la grande manovra di divisione e neutralizzazione dell’avversari, insomma per tutti questi aspetti decisivi del fare politica non ha né esperienza né talento. E’ un portavoce dei partiti, un capocordata, un capufficio con i fiocchi, ma la leadership politica non è roba sua”.
(Giuliano Ferrara su Panorama)

Il reality della Fabbrica (21-2-2005)
L’idea che sta alla base della Fabbrica, il luogo alla periferia di Bologna dove Prodi incrocerà le richieste della gente e cercherà di trasformarle in programma elettorale, è giusta: primum ascoltare, deinde decidere. Nel linguaggio iniziatico dei manager si chiama bottom up e in politica può essere un bell’esperimento di partecipazione e di esercizio ultrademocratico della delega che – intendiamoci – i partiti già fanno o, comunque, dovrebbero fare. Prodi – che un partito non ce l’ha – fa bene, anche mediaticamente, a tuffarsi in questa avventura. Il “Programmificio” è però una scommessa innanzitutto personale. Quando si apre una finestra – in centro o in periferia – solitamente entra di tutto: urla, trilli di uccellini, sferragliare di treni. Lo sforzo per trasformare tutti questi rumori in un’unica voce non sarà facile. E due sono gli esiti possibili di questa fase di ascolto: o si rimane sul generico – un po’ come fanno i catch all parties – e allora la montagna avrà partorito il topolino. Oppure si scelgono tre o quattro cose e si decide di puntare su di esse. Ché poi è questa la sintesi. Nel primo caso “La Fabbrica” sarà un bel reality, nel secondo incoronerà un leader reale.

Don Giussani e la certitudo salutis (28-2-2005)
Ricorda Giorgio Vittadini che Don Giussani utilizzava spesso la metafora del ponte. «Tanti architetti in una pianura intenti a costruire il ponte verso l’infinito e un uomo al fondo che appare e dice: bello il vostro tentativo, ma non ce la fate e meritate di farcela. Io sono venuto per costruire il ponte che è nei vostri desideri». Questa immagine è – tra le tante cose scritte in questi giorni – il vero lascito del prete brianzolo, l’eredità spirituale di un ministro carismatico della Chiesa Cattolica Romana. Non ci convince dunque Baget Bozzo quando afferma che «il suo approccio a Dio era quasi da protestante». Il Dio della Riforma non interviene mai a tendere la mano e l’uomo – come dice Max Weber – acquista la certitudo salutis soltanto col successo che ottiene nella Città terrena. Semmai, quell’approccio di cui parla Baget Bozzo è stato adottato dai seguaci di Don Giussani, ascetici sì, ma di un ascetismo più intramondano, per dirla ancora con Weber. E, se è per questo, non convincono neppure i peana di una parte della sinistra, forse dimentica che ciascuno è “eletto” (nel senso cristiano del termine) per seguire la sua vocazione. Ha detto infatti Massimo Cacciari: «La sinistra non deve occuparsi di queste cose spirituali. Pensi, piuttosto, a costruire autostrade». O ponti, dove umanamente si può.

Quei papaboys così blasfemi (28-2-2005)
Ci sarebbe materia per la scomunica. Non puoi - da cristiano convinto - esporre uno striscione per il Papa con su scritto: "Non mollare mai". Trattando Giovanni Paolo II come un qualsiasi medianaccio spedito sulle piste del regista di turno (la morte ha il numero 10 di Maradona?), dimostrano - i papaboys - di non tenere in alcun conto la differenza tra nascosto disegno divino e prometeica illusione dell'uomo di guidare gli avvenimenti con le proprie petizioni di volontà. Chiedo a questi ragazzoni che schitarrano sotto le finestre del Gemelli: è libero Dio di fare un po' quello che cazzo gli pare essendo onnipotente? E soprattutto, saprà o no ciò che è bene che succeda?




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29 dicembre 2005


IL POST DI GENNAIO – seghe linguistiche

Semplicità interiore (3/1/2005)
La definizione che - stando a quanto riporta Francesco Alberti sul Corsera - i giovani di Marmirolo (ma proprio tutti i giovani? E quanti sono i giovani di Marmirolo?) hanno dato del lanciatore di treppiede Roberto Dal Bosco è: "E' un alternativo dentro". Dentro. Non fuori, ma dentro.
E' - questa - un'espressione, nella sua struttura semantica, molto moderna; utilizzata pure in altri contesti di significato. Ad esempio si dice sempre più spesso - scherzosamente - "sei bastardo dentro", oppure, mutuando il linguaggio dai canzonettisti, "ti sento dentro". O anche "mi sono sentita/o morire dentro" (chissà come si muore epidermicamente?). Ché uno si chiede: dentro dove? A livello dell'ipofisi? O dell'atlante?
Io - a scanso di equivoci - direi comunque che il Dal Bosco può essere alternativo dentro quanto vuole, ma ho l'impressione che sia inequivocabilmente un sempliciotto fuori, sotto e anche sopra.

Il condizionale categorico (5/1/2005)
Ora non è che sia importante (anzi, mi sa che sia pure un tantino ozioso chiederselo), ma perché certuni - al ristorante - quando ordinano qualcosa, usano il condizionale?
Tipo: cosa desidera signore? Prenderei dell'arrosto.
Tentativi di spiegazione
- possibilità 1: lo prenderei, se ci fosse (ma c'è, altrimenti non sarebbe scritto nel menu. Dunque sarebbe consigliabile, se non un imperativo, almeno un congiuntivo esortativo);
- possibilità 2: lo prenderei, se me lo dessero (ma lo stai ordinando e dunque puoi star sicuro che te lo daranno poiché hai tutta l'aria di uno che pagherà. Sull'utilizzo del verbo vedere possibilità 1);
- possibilità 3: lo prenderei, se non soffrissi di colesterolo alto (ma allora, santoddio, ordina del cavolfiore bollito scandendo bene: voglio-del-cavolfiore-bollito. Deciditi, perdiana);
- possibilità 4:


Italianismi (12/1/2005)
Chi dice "punto di domanda" in luogo - semplicemente - di "domanda" già mi disturba. Per la ridondanza mica per altro. Ma se senti uno stronzo che in un'aula di formazione afferma volpone "non facciamo questo errore di sbaglio", allora la ridondanza diventa calcio nelle palle.




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27 dicembre 2005


COMPAGNO ROMANO


Uno non pretende che Prodi imbracci lo sten e tiri sventagliate a casaccio nella macchia. I Ds, il reparto più rappresentativo e meglio equipaggiato, sono sotto il tiro dei mortai nemici e il generale che fa? Non dice neanche ba e se parla lo fa sottovoce. C’è niente da fare, il messaggio che passa è: cazzacci vostri. E alla truppa non va bene che un capo si comporti così. I Ds? Potrebbero giocare a westpoint e urlargli a un centimetro dagli occhiali “compagno-Romano-non-abbiamo-sentito”. Sì proprio così: compagno Romano. Nello stesso modo in cui egli arringava il popolo alle Feste de l’Unità prima delle primarie. E i compagni lì a convincersi che sì, poteva valerne la pena di cavarsi il sangue. Ora però sarebbe carino che il premier in pectore riempisse bene i polmoni e, come si usa tra amici che hanno un obiettivo comune, dicesse con quanto più fiato possiede due o tre cose nette in difesa del reparto – lo ripetiamo – più rappresentativo e meglio equipaggiato. E se il fiato non c’è, qualcuno – che stavolta non possono essere i Ds – porti le bombole d’ossigeno al comandante. Perché chi l’ha detto che la guerra è già vinta?

E' su Leftwing.




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26 dicembre 2005


IL BARBONE E IL CARCIOFINO


Il destino cinico e baro ha mandato ko la tv in questi pregni giorni natalizi.
Per favore qualcuno mi ragguagli sui tg nazionali.
Servizi sul pranzo ai barboni col il parrocchiano che puccia il mestolotto nel minestrone e lo dà nei piatti di carta ai quelli che dormono alla ferrovia e prima gli dà pure l’antipasto col carciofino e la fetta di salame sempre nel piatto di carta?
Che ce ne sono stati?




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23 dicembre 2005


MA LE RANE SANNO DI PESCE?


Siccome qua non si fanno le cose così tanto per fare, gli sfogliavelo formaggio e pere di Giovanni Rana li abbiamo assaggiati.
Buoni ma troppo dolciastri e alla fine stancano.
C’è però una cosa che ci ha incuriosito un po’. Nel prospetto informativo degli ingredienti sta scritto: “ALLERGENI [tutto maiuscolo]: [due punti] potrebbe contenere tracce di: [sì, ancora due punti, embè?] pesce, frutti in guscio, sedano”.





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23 dicembre 2005


POST-ANTICOMUNISMO

Massimo D’Alema: “Io capisco chi dice che il postcomunismo può rappresentare un ostacolo sulla via del partito democratico. Però occorre che si metta da parte anche il post-anticomunismo (…). Quello di chi negli anni Settanta contestava il Pci da sinistra, negli Ottanta …”.




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22 dicembre 2005


PETER PAN

No, non voglio dire nulla in merito dichiarazione su suo marito (che uno se lo immagina alla recita in calzamaglia e… vabbè), ma una domanda me e ve la pongo: cosa aggiunge alla notizia – in sé interessante – quel link al calendario 2001 di Anna Falchi accanto all’incipit dell’articolo?
Un po’ di sano colore?




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22 dicembre 2005


MANTRA

<B>Elton John e David Furnish oggi sposi</B>

Per carità, niente in contrario e cavoli loro ci mancherebbe altro. 
Per carità, niente in contrario e cavoli loro ci mancherebbe altro.
Per carità, niente in contrario e cavoli loro ci mancherebbe altro.
Per carità, niente in contrario e cavoli loro ci mancherebbe altro.
Per carità, niente in contrario e cavoli loro ci mancherebbe altro.
Per carità, niente in contrario e cavoli loro ci mancherebbe altro.
Per carità, niente in contrario e cavoli loro ci mancherebbe altro.
Eccetera




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21 dicembre 2005


"BABBO NATALE NON ESISTE"


Certo, qualche problemino lo avevo a piazzare tutti i soggetti-che-portano-doni
in una sorta di sinergia natalizia. Alla fine ho pensato di fare così: Gesù Bambino
è il capo di tutti e passa alcune consegne a Babbo Natale e alla Befana che portano
anch’essi i doni, però su imbeccata del Principale in una sorta di decentramento
operativo virtuoso. E ho pensato di presentargliela così alla prole.
Solo che il vescovo di Como Alessandro Maggiolini ha mischiato le carte in tavola.
“Babbo Natale non esiste – ha tuonato dal pulpito – Gesù Bambino sì. Babbo Natale
non porta neppure i doni e non esiste neppure la Befana, che tra l’altro è anche brutta.
Sono persone che esistono solo nella fantasia dei più piccoli, sono ideologici e
noi siamo contro l’ideologia”.
E allora mi sono detto: Babbo Natale e la Befana o esistono o non esistono.
Monsignore ha detto che non esistono? Bene, dunque è perfettamente inutile sparare
alle ombre asserendo che il panzone con la barba non porta regali e che quella con la
scopa è brutta. Non ci sono, sono una pura creazione ideologica e – ergo – va da sé
che di renne e di scope non se ne può parlare nei termini in cui ne parla Monsignore.
Per nessuna ragione. Risulta infatti del tutto indifferente ai nostri sensi di occidentali
materialisti e relativisti accertarci se la Befana sia una bella fica o una decrepita
vecchietta. Che ci frega se tanto non c’è?
Monsignore dice che sono creature fantastiche? E va bene, però perché ce l’ha tanto
con le figure fantastiche? Perché “noi (ma noi chi?) siamo contro l’ideologia”?
Anche a me, per esempio, l’ideologia sporca e cattiva non piace, però i bambini
quelli sì che mi piacciono. E’ per questo che, magari senza essere neanche tanto
originale, ho inventato la sinergia di cui si diceva in apertura.
E mi sa che sarà la nostra sincretica ideologia famigliare per qualche Natale ancora.




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21 dicembre 2005


PENSAVO E’ BELLO CHE DOVE FINISCONO LE MIE DITA…


La notizia del campionato di air guitar (uno fa finta di suonare e si contorce come un jimihendrix che però non c’ha la chitarra) era di questa estate. Ci incuriosì il giusto, a causa dei nostri trascorsi (miei e di mio fratello) di suonatori di scopettone e fustino Dixan nel corridoio di casa.
Adesso si va oltre: uno indossa
un paio di guanti colorati e si mette di fronte a un pc. “Il computer elabora i movimenti che vengono fatti su quello che sarebbe virtualmente il manico della chitarra, li analizza e infine un sintetizzatore assegna un suono per ogni movimento delle mani. Il risultato è la riproduzione di un assolo di chitarra, in base alla scala pentatonica, la più usata per gli assolo dai chitarristi rock”.




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20 dicembre 2005


UN CONSIGLIO AI MORALISTI IN BUONA FEDE

Io penso che questa cosa di Oscar Giannino su Fiat, Stampa, “direttori di giornale che sfondano le reni ai partiti di qua e di là e poi cinguettano nei convegni pubblici dettando tempi, modi, condizioni, agenda e leadership del partito democratico” vada letta possibilmente tutta.




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20 dicembre 2005


SPORT DIVERSO

Clicca per chiudere la finestra...

L’olandese Van Dijik gioca a pallone ed è frocio. E allora? Che gli è precluso 
il tackle scivolato? Per Gianni Rivera evidentemente sì. Ha detto infatti che il
calcio è un gioco troppo maschio e sarebbe una contraddizione in termini
che un medianaccio disdegnasse i favori di Venere. Di diverso parere
Sandro
Mazzola
che gli omosessuali sul rettangolo verde li ha conosciuti e “uno è
pure diventato allenatore”. Ringhio Gattuso rincara la dose: “conosco gay
che hanno grinta da vendere”.
Visto che stanno facendo outing anche in altri sport – nuoto e financo rugby –
che li vogliamo abolire i Giochi Gay, che sono una roba un po’ da riserva indiana?
Certo, “
i Giochi Gay sono aperti a tutti coloro desiderino partecipare, senza
badare all'orientamento sessuale”, però a che servono?
Dice: "Lo scopo della
Federazione dei Giochi Gay (FGG) è quello di incoraggiare ed aumentare
l'autorispetto delle lesbiche e dei gay in tutto il mondo e di ingenerare rispetto
e comprensione nel mondo non-gay
".
Ripetiamo: servono veramente?




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20 dicembre 2005


APRISCATOLE ESTERNO

Al convegno all’Hotel Radisson sul Partito Democratico che verrà, 
il direttore di Repubblica Ezio Mauro ha detto:
“Ora, però, per un balzo definitivo serve una sorta di «apriscatole esterno»”.
Qualche idea?




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19 dicembre 2005


LA BELLA FINANZA

Sarà colpa dei cronisti che stanno sempre lì a registrare pure i sospiri, ma la dichiarazione di Prodi che no, manco morto ci abiterebbe a Roma, è suonata un po’ ingenua. Naturale che la Cdl l’abbia crocifisso come un albertofortis qualunque, sebbene – al secondo giro – quell’avventatezza verbale sia stata articolata meglio: i romani non li odia tutti quanti, ma gli gne-gne salottieri che, trangugiando tartine, parlano del più e del meno e soprattutto si fanno vedere, diciamo che non gli stanno simpatici. Stili di vita diversi. Il Prodi che ne viene fuori è un premier in pectore che studia da calvinista, antipiacione radicale e sgobbone al servizio (soltanto) dei cittadini. E forse, vista così, non è stata proprio un’uscita ingenua la sua. Anzi, l’immagine di uno che a Roma ci sta soltanto per lavorare è un vecchio cavallo di battaglia. Prova ne sono le interviste rilasciate direttamente dal sedile dell’eurostar mentre riguadagna la Bologna che ritempra lo spirito.
A noi sta bene tutto, ma abbiamo paura di un equivoco. E cioè che la bella finanza e la bella imprenditoria dei salotti buoni di tutta Italia scambino l’approccio finalmente weberiano per propensione all’epicureo “vivi nascosto”. E possano pensare così di mantenere intatta una “tranquillità d’animo” che non ha nulla a che vedere – questa sì – con il proprio Beruf. Nel senso luterano di Professione.

E’ su Leftwing.




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17 dicembre 2005


TOH, UN POST SOTTO L'ALBERO

Anche quest’anno esce Post sotto l’albero.
Squonk
, che è il caporione di tutta l’operazione, ha chiesto pure a noi
di partecipare e noi abbiamo scritto Il cielo che tocca la terra. Che è
un raccontino senza tante pretese, un po’ vero un po’ romanzato che
parla di negro-spirituals e di “atteggioni”.
Naturalmente se Libero Gilera non vi garba ce ne sono altri 45 di
racconti, magari anche migliori.




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17 dicembre 2005


PIPP GENERATION

Ancora Fernanda Pivano: "Ho soltanto detto che mi piacerebbe l'idea di una 
donna sindaco visto che ho perso fiducia nei politici uomini. Perchè mi pare,
stando a quello che si legge sui giornali, che siano tutti ladri o poco capaci.
Forse una donna potrebbe cambiare le cose".
Forse... stando a quello che si legge sui giornali.




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16 dicembre 2005


MA UN’ALTRA GRANDE DONNA SPIEGAVA ALLORA LE SUE ALI

Fernanda Pivano: “Come donna e come anarchica volevo aiutare per la prima volta una donna a diventare sindaco di Milano”.

Ah!




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16 dicembre 2005


NON MOLLO


Lapo Elkann: “… guardo avanti e mai indietro”.




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16 dicembre 2005


LA CENSURA SOTTO L'ALBERO

Qui si considera Oliviero Beha (che c'ha pure il blog) un ottimo giornalista. E’ per questo che stamattina abbiamo letto con buona attenzione la lettera che ha spedito al Riformista in cui fa alcune precisazioni su un articolo uscito nei giorni scorsi. Tra le altre cose, ricorda il titolo del suo ultimo libro “Trilogia della censura” e lo associa – naturalmente non in maniera diretta – alla frase “ognuno può trovarci, sotto le Feste di Natale, il pensierino che gli interessa di più”.
Diciamo che non serviva poiché avevamo già deciso di regalarcelo.




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14 dicembre 2005


LE PERE DI GIOVANNI RANA

Visto il nuovo spot di Giovanni Rana? No?
Eccolo qua: coppia sposata da poco, lei comunque sembra un po’ attempatella, lui felicione il giusto. Stanno sistemando un po’ di cosette in casa, quadri, mobili, cose così.
Irrompe Giovanni Rana che prepara loro un bel piattino: sfogliavelo al formaggio con le pere.
Premessa per capire lo spot: l’attempatella c’ha una magliettuccia che esalta le ghiandole mammarie, ma in generale fa un po’ tristezza. Anche lui se è per questo fa un po’ tristezza.
Il più ganzo di tutti è Giovanni Rana che chiede: buoni eh?
Poi il maritino, “innescando una situazione di scherzo”, dice alla mogliettina: io sono il formaggio e tu sei le pere. Lei risponde incazzosa: cioè? E vorrebbe togliersi la magliettuccia e mollargli una capezzolata sulle gengive così impara a fare il minchione davanti a Giovanni Rana.
Scritta, musichetta, fine.




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14 dicembre 2005


PENSIERO CHIARO GUSTO PULITO

Al di là di tutto, che La Stampa definisca Leftwing un “sito internet per intenditori” non mi sembra una cosaccia.




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