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attentialcane [ politica e occidentalismi ]
 


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Antipixel di Lamianotizia 


25 aprile 2012


BUNGA BUNGA

“Berlusconi vede le elezioni. La sinistra davanti” (corriere.it)
Fossi Bersani la butterei sul burlesque


25 aprile 2012


SENZA RETORICA

"Johnny percepì un clic infinitesimale. Girò gli occhi dal tedesco al vallone. Vide spiovere la bomba a mano del sergente Modica e le sorrise" (Beppe Fenoglio, Primavera di bellezza)


23 aprile 2012


NEL DIZIONARIO DELLE COSE PERDUTE DI GUCCINI CI METTEREI ANCHE LE ELEZIONI

Hai voglia a cantare non compratemi i dischi e sputatemi addosso. A Francesco Guccini comprano pure i libri. E tanti. Il suo Dizionario delle cose perdute – un gustoso elenco ragionato di oggetti e abitudini che ormai, appunto, non ci sono più – è stabilmente nella top ten dei più venduti.

Ci aveva provato, con esiti eccellenti, già in Croniche epafaniche, a tirar fuori piccoli mondi antichi e storie color seppia. Anche lì gli oggetti avevano una loro evidenza storica ed erano inseriti in una sorta di Recerche proustiana. Stavolta però c’è di più: alla cifra intima dei ricordi si aggiunge l'urgenza documentaristica. La descrizione minuziosa dell’utilizzo dei vecchi pennini o della pompetta del Flit sono cose che non sfigurerebbero in un libretto di istruzioni per mercatini dell’usato.

Ogni gucciniano che si rispetti – e in Italia siamo in tanti – farebbe bene a leggerlo questo libro. Ma lo deve fare con uno spirito particolare, più gozzaniano che anarchico, diciamo. A me per esempio ha fatto tornare in mente cose bellissime. Mi sono intenerito al ricordo dell’alchermes che mia nonna riponeva nella credenza della cucina, ho avvertito lo stesso brivido soddisfatto di quando giocavo con il Meccano, ho sorriso all’immagine della mitica signora Gianna che bucava i sederi mio e di mio fratello con un siringone di vetro.

Non è però un libro nostalgico, avverte l'autore. Non c’è malinconia, semmai un po’ di “ironia sorniona”. E sornione è anche lo stile, riconoscibilissimo, barocco, arrotato, divertentemente aulico, (“ratti e alacri… sibariti dissipatori”). Cantautorato con altri mezzi, ecco. Con capitoli pensati come strofe di una ballata in rima (qui una bella intervista di Egle Santolini de la Stampa)

Ma, si sa, i libri - come le canzoni - vanno al di là delle intenzioni di chi li scrive. Assumono tante vite quante sono le interpretazioni e gli usi che se ne fanno. Guccini fa il suo mestiere e lo fa bene, ma politicamente questo Dizionario è un'autentica, micidiale revolverata nelle palle. E' l'ennesima goccia nel mare di una sinistra a trazione interiore, crepuscolare, nostalgica, “immergente” e “con fedi ed ossa rotte”, avvinghiata ad un understatement autoconsolatorio per alcuni, volpacchione per altri. Una sinistra pallosa, vandeana, finta burbera, pasoliniana, amante della terra come sanno esserlo i funzionari del catasto e i professori di liceo. Una sinistra che crede nella saggezza delle vecchie storie perché è incapace di inventarne di nuove.

Ok, siamo andati troppo avanti. Guccini non aveva la minima intenzione. Ha scritto soltanto un libro e, per giunta, pure divertente. Magari da leggere in un pomeriggio brumoso davanti ad un camino crepitante mentre alla tv danno la vittoria – l'ennesima – di Silvio Berlusconi.


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23 aprile 2012


DANTE ALIGHIERI VS. FRABRIZIO DE ANDRE'

A Bologna un consiglio di istituto ha chiesto al Comune di cambiare nome alla propria scuola: non più "Dante Alighieri", ma "Fabrizio De André". La Giunta ha approvato con una delibera che recita: “la produzione artistica di Fabrizio De André ha saputo dimostrare che anche la canzone si configura come nuova letteratura e nuova poesia popolare”. Nulla di particolarmente rivoluzionario. Dopotutto nelle antologie scolastiche Il vecchio e il bambino e La canzone di Marinella non stanno già accanto ai Sepolcri e all'Infinito di Leopardi?

In fondo non dovrebbe esserci niente di male. La decisione di mettere l'autore della bellissima Amico fragile al posto del sommo poeta ha prodotto però inevitabili polemiche. Polemiche che oggi sono state riprese sul Corriere della sera da un commento di Paolo Di Stefano che parla di “intollerabile populismo che ha invaso il tessuto culturale e politico”. Pur non avendo niente da dire sulla grandezza di De André, il critico sottolinea che “i poeti sono altri, che in compenso non sono cantanti né cantautori, così come – rimarca implacabile – gli ottimi pittori non necessariamente sono ottimi imbianchini”.

Ora, non ci è dato sapere – per ovvie ragioni – se Fabrizio De André sarebbe stato contento di avere una scuola tutta per sé. Roberto Cotroneo pensa che, invece, si sarebbe un po' incacchiato contro “i birignao gauche caviar”. Lui “anarchico indipendente e uomo davvero colto” non solo non avrebbe gradito che il marketing utilizzasse le sue canzoni per lanciare le trasmissioni di Fazio e Saviano, ma “non avrebbe mai sostituito le terzine di Dante con i suoi testi”. Chissà. Magari da anarchico vero avrebbe spiazzato tutti andando all'Isola dei Famosi e avrebbe litigato furiosamente con Luxuria, vai a sapere.

Il punto è un altro, però. Per porre fine alle polemiche, l'assessore alla cultura del Comune di Bologna Alberto Ronchi ha spiegato che, in sostanza, non si è trattato di scegliere tra un “pittore” e un “imbianchino”. Quelle scuole non hanno cambiato nome per la semplice ragione che un nome – prima – non lo avevano: “erano (solo. ndr) soprannominate Dante Alighieri”, ha ammesso un po' comicamente l'assessore.

Ecco, senza dare giudizi equiparativi su Dante e su Faber, non si capisce perché non si è deciso di dare l'ufficialità a quel soprannome. Non sarebbe stato più naturale? D'altro canto qua si è convinti che Dante, se fosse vissuto oggi, sarebbe diventato un cantautore coi fiocchi.


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21 aprile 2012


SVOLTE POLITICHE


Alfano: “Presto una grande novità che cambierà la politica italiana”.
Ma una coppa di champagne ce l'ha il predellino?


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16 aprile 2012


E NON GUARDARMI COSI', CRIBBIO!


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15 aprile 2012


SE MARONI SI DALEMIZZA

Roberto Maroni sta attento a non stravincere. Anche se – intervistato oggi da Aldo Cazzullo - appare più che mai deciso ad andare fino in fondo. Vuole cambiare i connotati di un partito nato intorno al Santo Fondatore (“il prossimo segretario sarà un primus inter pares. Se no frana tutto”), difende, in realtà piuttosto tiepidamente, Umberto Bossi (“è un tributo che gli devo”), si dalemizza e fa il king maker (“se il congresso eleggesse un segretario veneto sarei l'uomo più felice del mondo”).

Per una sorta di par condicio verde, il Corriere della sera dunque, dopo aver intervistato ieri Rosi Mauro, sente oggi Roberto Maroni. L'ex ministro degli interni dichiara che la Lega non avrà più un leader carismatico e – ecco la notizia – che quel leader potrebbe non essere lui. Un modo diretto per rispondere alle accuse della vice presidente del Senato che gli aveva imputato un “comportamento negli ultimi due anni estremamente duro. Tanto duro da essere sospetto”. Per Rosi Mauro, Maroni vuole “prendersi la Lega” anche se “ogni volta che gli chiedono se ambisce a prendere il posto di Bossi, lui smentisce”.

In realtà – al netto della inevitabile dissimulazione – l'intervista di oggi ribadisce una tattica ormai chiara: Maroni la Lega vuole prendersela eccome, perché ritiene che per salvare il partito occorra assumere in proprio la gestione della casa del Padre. Anche se questa azione non passa necessariamente dalla conquista della cadrega di segretario, ma presuppone – questo sì – un ribaltamento dell'impostazione tribale di gestione del potere. Basta con le acclamazioni e l'accondiscendenza verso il capo, via libera a discussioni aperte senza il timore del peccato di lesa maestà. E possibilmente senza l'ingombro di un Padre ancora molto utile dal punto di vista simbolico, ma ormai inservibile sotto il profilo politico. E' per questo che in apertura Maroni risponde a Cazzullo che gli “pare impossibile che (Bossi) fosse consapevole di quanto accadeva”. Salvo poi ribadire che “se verrà accertato il contrario me ne dispiacerò (…) in ogni caso, stiamo facendo le nostre verifiche interne”. Un po' tiepida come difesa, non trovate?

In realtà alla Lega sta accadendo quanto cercavamo di spiegare qui, ricordando un passaggio di Edmondo Berselli ne Il più mancino dei tiri: per sopravvivere il Carroccio deve trasformarsi da movimento che mira all'unità a partito che persegue l'unitarietà. L'unità ha bisogno del capo carismatico e del grido di battaglia, l'unitarietà di qualcuno che tenga insieme tutti, di un tessitore. L'unità è un punto di partenza (viste le ultime vicende, ormai piuttosto lontano), l'unitarietà un esito, un approdo, una conquista che scaturisce da un processo politico.

Dopo i sospetti di tradimento e di cinismo (Rosi Mauro forse pensava a questo quando parlava di “durezza”), l'impressione è che Maroni – pur deciso a rivoltare il partito come un calzino – non ritenga più di essere spendibile come pacificatore e tessitore. Questo è il motivo per il quale potrebbe farsi da parte (“non mi considero anziano, ma certo faccio parte della prima stagione”) e lasciare il campo a quella che definisce “Lega 2.0”.

Questa mossa ricorda molto il D'Alema degli ultimi anni, apparentemente defilato, manovratore desideroso di lanciare volate e stoppare velleità, ma sostanzialmente lontano dall'assunzione in prima persona di responsabilità dirette. Secondo alcuni – e anche per chi scrive – questo ha rappresentato un impoverimento per tutta la sinistra. Fossi un leghista consiglierei a Maroni di non commettere lo stesso errore.


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14 aprile 2012


SANTANCHERG

Pierluigi Bersani se ne frega dell'accisa sui carburanti e twitta: “Leggo Santanchè su Nilde Iotti. Chiedo alla protezione civile di intervenire per mettere un argine alla volgarità”.


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14 aprile 2012


SATANICO GRASS

“L'Accademia di Svezia che assegna il Nobel ha già fatto sapere che non ci pensa proprio a togliere il
Nobel a Grass”. 


Comunque la pensiate vale la pena leggere questo pezzo di Giulio Meotti sulla polemica tra Günter Grass e Israele.


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12 aprile 2012


LEGA: MARONI E' L'ALLENATORE PER NON RETROCEDERE

"Io sono e resterò il garante dell'unità della Lega". La dichiarazione di Umberto Bossi dopo l'adunata di Bergamo e il discorso di Bobo Maroni mi ha fatto tornare in mente una sottile distinzione concettuale dell'indimenticato Edmondo Berselli.

Ne Il più mancino dei tiri, un libro cult che prende le mosse dalle gesta pedatorie di Mariolino Corso e si occupa con un'ironia anarcoide di un sacco di altre cose (e naturalmente anche di politica), Berselli individua due idee che a tutta prima potrebbero sembrare pressochè identiche, ma che identiche non sono. Sia in politica che nel calcio il concetto di unità è diverso da quello di unitarietà.

"L'unità - scrive Berselli - è un valore primario, un dato di base sfuggendo al quale si commettono ineluttabilmente errori colossali. L'unitarietà invece è un criterio complesso, che mette in moto un intero processo politico (...) implica una volontà superiore di comporre le diversità: è un esito ben più che un punto di partenza". E ancora: "Si sta uniti perchè la si pensa allo stesso modo, si è uguali, si viene da lontano; ma si è unitari quando mille rivoli riescono a confluire in un unico torrente finale".

Ecco, quando Bossi si fa "garante dell'unità della Lega", sottolinea il richiamo a quel "punto di partenza" e incarna quel "valore primario". Lo può fare perchè, oltre a inventarsela, la Lega, ne ha forgiato per molti anni strategie e regole di militanza. Regole nelle quali lo spirito di appartenenza viene declinato in forme più o meno spinte di tribalismo. E nelle tribù o si resta uniti intorno ad un capo carismatico o ci si autodistrugge in faide sanguinose.

Roberto Maroni lo sa e non intende opporsi (ora) ad un'impostazione dalla quale ha tratto beneficio egli stesso in tutti questi anni. La sua scommessa - che verrà giocata subito dopo le amministrative - è però rivoluzionaria: portare la Lega verso un approccio più laico e meno scespiriano e, per usare la terminologia di Edmondo Berselli, dall'unità all'unitarietà, facendo confluire le tante anime del Nord in un partito normale in cui si discute, ci si conta e si decide senza paura di tradire il sangue del Padre.

"Unita - scrive Berselli - può essere talvolta una squadra di media classifica, ma l'Inter di Herrera (...), date retta, è una formazione unitaria". La sfida di Maroni è, se volete, molto meno fascinosa: lui deve salvare la Lega dalla serie B.


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12 aprile 2012


LA RIFORMA ETERNA

Visti i tempi di crisi e di grande fervore riformista non risulta per niente tranquillizzante questa considerazione del Fondo monetario internazionale.


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11 aprile 2012


OI ARISTOI

Sarà l'educazione cattolica, ma non ce la faccio a non provare pietà umana per Umberto Bossi. E anche un po' per Rosi Mauro. Solo che sentire una vicepresidente del Senato della Repubblica italiana dichiarare candidamente "sono sempre stata un asino, lo sanno tutti", devo riconoscere che un po' il cuore lo fa indurire.


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