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SALUTEREMO IL SIGNOR MARCHIONE

Io sul monologo di Marchionne a "Che tempo che fa" non ho molte cose da dire. O comunque non più originali di quelle che sono state fin qui dette. Non starò dunque a tediarvi sul processo di vespizzazione di Fabio Fazio, che fa la stessa faccia e fa le stesse domande “gentili” sia che abbia di fronte la sorella di Bokassa o il dolce Remì. E non intendo dilungarmi neppure sull’assoluta mancanza di ritegno di chi crede che la Fiat non debba nulla all’Italia e agli italiani. A me premeva soltanto sottolineare che Marchionne è legittimato a dire e a fare quello che vuole. Lo dico con convinzione. Però se ne deve assumere la responsabilità: un operaio – anche in Cina e in India – è un operaio e non, come ama ripetere l'ad Fiat, un “nostro collaboratore”. Questo non perché si ami la lotta di classe, ma perché, qualora Marchionne dovesse decidere di andarsene, non fosse negata a nessun collaboratore la gioia di salutarlo come si deve.

Pubblicato il 25/10/2010 alle 17.43 nella rubrica Diario.

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