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L’AMANUENSE COME UNICO INTELLETTUALE POSSIBILE

“Alla cultura si è sostituito il culturame. Dove tutto si equivale: romanzi e rap (…) l’insegnamento dei classici è governato dall’imperativo dell’attualizzare. I capolavori sono validi solo se resi nostri contemporanei. Solo se il passato è rimpatriato nel presente. Prima era tutto il contrario: al limite i classici ti aiutavano a scappare dall’apoteosi, dalla prigione del presente”
Il filosofo Alain Finkielkraut, intervistato sul Venerdì di Repubblica dove presenta il suo ultimo libro Un cuore intelligente, dice robe in parte condivisibili. Solo che quando leggo o sento qualcuno che invita alla riscoperta dei classici mi chiedo sempre delle cose.

Innanzitutto: possono esistere classici scritti – diciamo – negli ultimi 20 anni? Qual è il termine ultimo? Per esempio, per me, Canale Mussolini di Pennacchi è da annoverare tra i classici e tante cose di Italo Calvino no. Fra quanto tempo Un cuore intelligente può ambire, ammesso che Finkielkraut lo voglia, ad essere considerato un classico del pensiero occidentale?

Poi. Ok, il classico non deve essere attualizzato. Io però, se il criterio è questo, sarei più tranchant: il classico non deve essere storicizzato. Paradossalmente – ammesso che fosse possibile – il classico non deve essere neanche letto con la lente dell’epoca in cui fu scritto.  Altrimenti che classico è? Il classico (ecco un criterio che va per la maggiore nelle pagine culturali dei maggiori giornali e nelle sale d’attesa degli estetisti) è tale se è capace-di-parlare-a-tutti-e-in-ogni-tempo. Ma del tempo non si può fare a meno e ogni lettore è qui e ora, dunque ogni lettura è per forza di cose “attuale”. Di più: è impossibile una lettura “storica all’indietro”. Poi ci sarebbe da spiegare – dal punto di vista prima psicologico, poi filosofico – perché alcuni intellettuali sentano questa foia di “scappare dalla prigione del presente”. Ma dove pensi di poter andare?

Infine: tutti coloro che scrivono e che invitano alla lettura dei classici si considerano classici essi stessi? No, perché allora non vale la pena neanche di stare a leggere le interviste. Quando una parola – detta o scritta – diventa degna di essere ascoltata o letta? Qual è il momento esatto in cui il linguaggio diventa monumento?

Pubblicato il 30/4/2011 alle 12.42 nella rubrica Diario.

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