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SE MARONI SI DALEMIZZA

Roberto Maroni sta attento a non stravincere. Anche se – intervistato oggi da Aldo Cazzullo - appare più che mai deciso ad andare fino in fondo. Vuole cambiare i connotati di un partito nato intorno al Santo Fondatore (“il prossimo segretario sarà un primus inter pares. Se no frana tutto”), difende, in realtà piuttosto tiepidamente, Umberto Bossi (“è un tributo che gli devo”), si dalemizza e fa il king maker (“se il congresso eleggesse un segretario veneto sarei l'uomo più felice del mondo”).

Per una sorta di par condicio verde, il Corriere della sera dunque, dopo aver intervistato ieri Rosi Mauro, sente oggi Roberto Maroni. L'ex ministro degli interni dichiara che la Lega non avrà più un leader carismatico e – ecco la notizia – che quel leader potrebbe non essere lui. Un modo diretto per rispondere alle accuse della vice presidente del Senato che gli aveva imputato un “comportamento negli ultimi due anni estremamente duro. Tanto duro da essere sospetto”. Per Rosi Mauro, Maroni vuole “prendersi la Lega” anche se “ogni volta che gli chiedono se ambisce a prendere il posto di Bossi, lui smentisce”.

In realtà – al netto della inevitabile dissimulazione – l'intervista di oggi ribadisce una tattica ormai chiara: Maroni la Lega vuole prendersela eccome, perché ritiene che per salvare il partito occorra assumere in proprio la gestione della casa del Padre. Anche se questa azione non passa necessariamente dalla conquista della cadrega di segretario, ma presuppone – questo sì – un ribaltamento dell'impostazione tribale di gestione del potere. Basta con le acclamazioni e l'accondiscendenza verso il capo, via libera a discussioni aperte senza il timore del peccato di lesa maestà. E possibilmente senza l'ingombro di un Padre ancora molto utile dal punto di vista simbolico, ma ormai inservibile sotto il profilo politico. E' per questo che in apertura Maroni risponde a Cazzullo che gli “pare impossibile che (Bossi) fosse consapevole di quanto accadeva”. Salvo poi ribadire che “se verrà accertato il contrario me ne dispiacerò (…) in ogni caso, stiamo facendo le nostre verifiche interne”. Un po' tiepida come difesa, non trovate?

In realtà alla Lega sta accadendo quanto cercavamo di spiegare qui, ricordando un passaggio di Edmondo Berselli ne Il più mancino dei tiri: per sopravvivere il Carroccio deve trasformarsi da movimento che mira all'unità a partito che persegue l'unitarietà. L'unità ha bisogno del capo carismatico e del grido di battaglia, l'unitarietà di qualcuno che tenga insieme tutti, di un tessitore. L'unità è un punto di partenza (viste le ultime vicende, ormai piuttosto lontano), l'unitarietà un esito, un approdo, una conquista che scaturisce da un processo politico.

Dopo i sospetti di tradimento e di cinismo (Rosi Mauro forse pensava a questo quando parlava di “durezza”), l'impressione è che Maroni – pur deciso a rivoltare il partito come un calzino – non ritenga più di essere spendibile come pacificatore e tessitore. Questo è il motivo per il quale potrebbe farsi da parte (“non mi considero anziano, ma certo faccio parte della prima stagione”) e lasciare il campo a quella che definisce “Lega 2.0”.

Questa mossa ricorda molto il D'Alema degli ultimi anni, apparentemente defilato, manovratore desideroso di lanciare volate e stoppare velleità, ma sostanzialmente lontano dall'assunzione in prima persona di responsabilità dirette. Secondo alcuni – e anche per chi scrive – questo ha rappresentato un impoverimento per tutta la sinistra. Fossi un leghista consiglierei a Maroni di non commettere lo stesso errore.

Pubblicato il 15/4/2012 alle 18.35 nella rubrica Diario.

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