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IN QUESTI BARETTI DAVANTI AL MARE





Magari a Ivano Fossati è sfuggito
, ma in certi posti davanti al mare – in tutti –, insieme alle ragazze di Firenze che vanno all'amore, ci sono i gazebo dei bar. Che all'ora dell'aperitivo e nei dopocena torridi si animano di varia umanità nomade in cerca di relax, birrette e gelati.

I gazebo dei bar del lungomare sono tanti e in fila. Alcuni bianchi con l'impalcatura di legno scuro con una tenda che pare il veliero di Capitan Findus; altri meno stilosi con la scritta Peroni sulla tendina sfrangiata dell'ombrellone, un po' bandierina nepalese un po' residuo di tsunami. Sotto, ci sono spesso quelle sedie che quando ti alzi ti si appiccica l'alluminio alle cosce e vai a pagare direttamente con la tua cloche incollata al culo.

Ma dicevamo dell'umanità nomade. I più chiassosi sono i clan in vacanza che cercano di riprodurre ad ogni latitudine il pranzo di Natale. Sono diversi nuclei familiari appartenenti allo stesso ceppo – zii, nonni, giovani coppie con prole, fidanzati col canarino nella gabbia – che colonizzano un'intera ala unendo, l'uno dietro l'altro, 72 di quei minuscoli tavolini tondi a treppiede. Formano un gigantesco favo ronzante con le giovani api che svolazzano alle estremità.

Poi c'è la coppia del nord con bambini. I maschi vestiti come il padre e le femmine come la madre che è solitamente abbronzatissima e molto unta di doposole. Suo marito ha quelle infradito di cuoio dal prezzo esorbitante che fanno molto Raz Degan. Bene: arrivano, ordinano e cercano di tener buoni i bambini tirando fuori una stecca di pennarelli da 48. A un certo punto il padre riproduce il Giudizio Universale del Signorelli sul tavolo di plastica e lo assumono come madonnaro.

Un po' defilati, spesso nella posizione sol y sombra delle arene delle corride ci sono loro: la vecchia coppia che va nella stessa spiaggia, nello stesso mare, nello steso bar dal giorno della Liberazione. Siedono di fronte alla loro granita con panna e non dicono ba. Ogni tanto comunicano prossemicamente con impercettibili fremiti di palpebra. A un certo punto – improvvisamente – lui scatta su come un tenente-colonnello, lei gli arpiona il braccio e se ne tornano alla Pensione Nadia traballando sulle note di “Call me maybe”. Che indubbiamente non è una canzone di Ivano Fossati.

Pubblicato il 14/8/2012 alle 15.26 nella rubrica Diario.

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